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Politica internazionale

Leone, Putin e San Francesco

Il Santo Padre ha espresso viva preoccupazione per la situazione umanitaria di Oleshky, città della regione di Kherson, e ha chiesto una tregua per far arrivare aiuti alimentari e sanitari e consentire l’evacuazione volontaria e sicura dei civili. Notate bene: non ha chiesto la pace nel mondo

Putin chiama il Papa: "Sì a soluzione diplomatica"

Venerdì pomeriggio papa Leone XIV ha parlato al telefono con Vladimir Putin. Il bollettino della Santa Sede è asciutto come una ricevuta: il Santo Padre ha espresso viva preoccupazione per la situazione umanitaria di Oleshky, città della regione di Kherson, e ha chiesto una tregua per far arrivare aiuti alimentari e sanitari e consentire l’evacuazione volontaria e sicura dei civili. Notate bene: non ha chiesto la pace nel mondo, che è una parola bella e vuota, buona per i cortei. Ha chiesto una cosa. Una sola, con nome e cognome: Oleshky, città martire che sta morendo di fame e di abbandono sotto occupazione.

Mosca ha risposto come sempre. Secondo l’agenzia Interfax, Putin ha spiegato che la colpa della crisi umanitaria è «del regime di Kiev». Di quella versione diffido per mestiere. Però lo zar ha accettato di «interagire» con il Vaticano per garantire sicurezza e forniture vitali alla popolazione. Una porta socchiusa, niente di più. Ma le porte si aprono così: bussando con una richiesta precisa, non con un sermone. Chi non si fida di Mosca fa bene. Chi non prova nemmeno a parlarle fa peggio.

E qui vengo al punto, che è un altro. Quest’anno, ottocento anni dalla morte, tutti hanno detto la loro su san Francesco, patrono d’Italia. C’è chi lo fa: si immedesima, ne imita la voce, ne traduce sulla faccia quello che farebbe lui oggi. Primo socialista, primo liberale, primo ecologista: un santo di gomma, da piegare a piacere, un santino da edicola. Anche a me capita, e chiedo scusa in anticipo. Ma venerdì, in quella telefonata, mi è parso di rivedere Francesco davvero.

Il metodo

Nel 1219 Francesco attraversò le linee dei crociati a Damietta e si presentò «ne la presenza del Soldan superba», come scrive Dante. Non convertì nessuno, non fermò la guerra, tornò indietro vivo: già un miracolo. Stavolta il sultano si chiama zar, e nessuno ha attraversato trincee: è bastato un telefono. Chi abbia chiamato chi, non è dato sapere; mi piace pensare che si sia mosso il sultano, perché gli avranno detto che il Papa aveva qualcosa da dirgli. Il metodo comunque è identico. Non chiedere ai potenti di cambiare il mondo: chiedere la cosa più vicina, ricucire lo strappo che hai davanti.

C’è di più. Leone ha un tumore al polmone, lo ha confermato il Vaticano dopo l’intervento al Gemelli. Non ha fatto teatro della malattia, non ha chiesto a nessuno di stracciarsi le vesti per lui. Francesco chiamava la morte sorella; Leone non è arrivato a dire fratello cancro, e nemmeno serve. Ha accettato la prova senza farne una tribuna, e gli è rimasta lucidità per guardare fuori dalla propria stanza. Lì ho riconosciuto la razza.

Perché Francesco è questo: il compagno di banco che avrei voluto e che vorrei ancora. Dice le cose giuste. Poi tu puoi fare finta di non sentirle, oppure ammettere di essere una bestia e di non esserne capace. Noi siamo così. Lui no: non si è staccato un istante dalla verità che aveva incontrato. Figlio di mercante, ricco e spavaldo, sognava la gloria dei cavalieri. Si tolse ogni armatura: i soldi del padre, la vanità, le piume guerresche. Si spogliò in piazza ad Assisi, davanti al vescovo. Nudo. E da allora chiede anche a me, fin da bambino, di togliermi la mia. Non ci sono mai riuscito: la porto a tracolla, e ogni tanto la lucido.

Francesco piace anche agli atei, e fa bene, non bisogna scandalizzarsi. Non ebbe vita comoda tra i suoi: lo misero da parte come superiore, perfino nei conventi che aveva fondato, e appena morto i frati si accapigliarono sul suo corpo. Eppure lui, nelle notti di dolore, diceva che lì stava la perfetta letizia. Non un sorriso di circostanza: un giudizio sulla realtà, che il dolore non scalfisce. Tutti raccontano che Dio gli chiese di riparare la Chiesa, e tutti interpretano: la riforma, i massimi sistemi. Lui riparò una chiesetta diroccata, San Damiano, pietra su pietra, con le mani. Prendeva il Vangelo sine glossa, senza i comodi delle interpretazioni. Il lebbroso baciato, il lupo ammansito, gli uccelli presi sul serio come un uditorio di signori: sempre la cosa vicina, mai il proclama.

Legno storto

Noi invece siamo bestie. Sappiamo che la guerra è una bestialità, ce lo diciamo a tavola, poi giriamo pagina e torniamo a fare il tifo, a destra come a sinistra. Kant scrisse che dal legno storto dell’uomo non si ricava nulla di dritto, e aveva ragione: l’umanità è storta, non ce la faremo mai. Però ogni tanto spunta qualcuno che prova a raddrizzare sé stesso prima di pretendere di raddrizzare gli altri. Francesco fu il più grande di tutti. Leone XIV, con il suo polmone malato e il suo telefono, mi pare della stessa pasta.

Non cambierà il mondo, lo sappiamo. Ma il mondo non si raddrizza dai congressi: si comincia dalla propria armatura. E intanto una città dell’Ucraina potrebbe ricevere pane e medicine. Per un legno storto come il nostro è già molto. Francesco lo avrebbe detto con meno parole. Io, per una volta, mi fermo.