Ci sono due modi di raccontare quello che è successo a Milano tra sabato e domenica. Il primo piace a tutti: ragazzini arrabbiati, il caro vita, la periferia che sale in centro. Il secondo piace agli investigatori, ed è molto meno fotogenico: mentre la città guardava le vetrine rotte, qualcuno guardava i telefoni di chi le guardava.
Partiamo dai volantini. Uno, con i colori del Comune, invitava a stare lontani dalle università. Altri consigliavano alle ragazze di non andare a scuola, perché nel caos di domenica ci sarebbero stati degli stupri. Il punto non era informare, era spaventare. E secondo un’ipotesi investigativa di altissimo livello la Polizia postale lavora su micro chat private che sembrerebbero legate ai servizi segreti russi. Lo schema è noto: la rabbia non serve inventarla, basta soffiarci sopra. Che Mosca conosca i nostri nervi scoperti non sorprende più nessuno; che vada a cercarli nelle chat dei quindicenni, un po’ sì.
Poi c’è la politica, che per ora non c’è, ma un movimento così non resterà orfano a lungo. Da una parte la sinistra, centri sociali e sindacati pronti a ribattezzare la rabbia «rabbia sociale». Dall’altra Roberto Vannacci, che parla poco: un post, la solidarietà agli agenti, una proposta di legge di Futuro nazionale. Non serve altro. Se passa il messaggio che in piazza c’erano soprattutto maranza, a Milano il generale si porta a casa dieci punti senza alzare la voce. Il caos lavora per chi promette ordine.
Resta il mistero di una data. «Italia in piazza» è una scatola vuota in attesa di essere riempita. L’account compare su Tik Tok e su Instagram il 4 ottobre: niente sede, niente volti, niente passato. Tredici giorni dopo porta cinquemila persone verso il Duomo di Milano: 271 in questura, 220 minorenni, 32 arresti. Poi diventa «Movimento 17 ottobre» e promette «mobilitazione permanente ogni sabato». Il giorno della devastazione diventa anniversario prima ancora di essere archiviato. Non nasce nei collettivi ma su Telegram e TikTok, con un manifesto da forconi e gilet gialli scritto come una storia di Instagram.
Intorno, una rete leggera: i Nuovi Italiani, i Carc, e un’intervista su WordNews firmata da Marco Giuseppe Toma, che si definisce «ideatore» del movimento. Se l’ha scritto prima degli scontri, il cambio di nome non era improvvisazione ma un piano.
E chi l’ordine se lo vuole fare da sé è già pronto. Tornano quelli di Articolo 52, le ronde tra Darsena e Navigli, i pestaggi filmati come trofei. La Digos l’anno scorso li aveva denunciati, zittiti. Adesso si organizzano per sabato: mettersi tra le forze dell’ordine e quelle che chiamano «scimmie». «Prima devono picchiare noi». E gli investigatori adesso sono convinti che anche sabato sarà durissima.
Una paura fabbricata, forse in cirillico. Una rabbia vera in cerca di padrone, ma soprattutto un appuntamento fisso, ogni sabato, che qualcuno di sicuro aveva già provveduto a scrivere in calendario.
Ogni maledetto sabato a scandire il caos.
