Prendete nota: quando volete far comprendere alla galassia progressista italiana un concetto che vi sta a cuore - che sia il più semplice ed evidente o il più complesso e nascosto -, fate un salto in Islanda o comunque mettete di mezzo la politica dell’isola nordica. Vedrete che, immediatamente, tutto diventa loro chiaro e cristallino.
A Rogoredo c’è un evidente problema di sicurezza e spaccio di droga che da anni viene denunciato pressoché nel silenzio generale? Provate a dire che succede anche a Hafnarfjörður, città portuale a sud di Reykjavík, magari inizieranno a prestarvi attenzione. A giudicare dalle reazioni degli ultimi giorni, se una cosa non succede in Islanda, per la sinistra «non succede».
Ci spieghiamo meglio: domenica il 52,8% dei cittadini dell’isola ha deciso, con un referendum, di dire no alla riapertura dei negoziati con l’Unione Europea. Il giorno dopo, tutti i quotidiani più progressisti e schierati senza se e senza ma con Bruxelles, hanno titolato con sommo sbigottimento: «La Ue non attrae più». Corretto, fattuale. Ma ci stupiamo di chi si stupisce. E, soprattutto, con il massimo del rispetto e della deferenza nei confronti di chi abita le algide terre d’Islanda, non capiamo perché ora ci si scaldi così tanto per un risultato che conferma un trend iniziato più di dieci anni fa. Perché, possiamo confessarlo sottovoce, qualche timido segnale di disaffezione nei confronti dell’Unione si era già visto baluginare altrove. Tralasciando la Brexit, bastava dare un’occhiata ai risultati dei partiti critici nei confronti di questa Europa in Francia, Paesi Bassi, Slovacchia, Spagna, Italia, Germania, Austria, Polonia. Roba giusto di qualche centinaio di milione di voti... Certo, come amano ricordare i papaveri del mondo radical, sono tutte schede consegnate nelle urne delle periferie abitate da cittadini scarsamente istruiti. Quindi voti che «non si vedono arrivare» e che, in fin dei conti, valgono un po’ meno degli altri. Almeno fino a domenica scorsa. Meglio tardi che mai.
