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Politica internazionale

“Troppo buonismo, un tempo combattevamo le invasioni”

Parla monsignor Marian Eleganti: “Ci vuole molta ingenuità o un semplice rifiuto ideologico della realtà per non rendersi conto che questa ondata di immigrazione rappresenterà un problema irrisolvibile”

Marian Eleganti

Le immagini di Ceuta interrogano anche la Chiesa sulle molteplici sfaccettature del fenomeno migratorio. La difesa della vita umana e il rispetto per le vittime accomuna tutti, ma di fronte a flussi così eccezionali la linea delle porte aperte non è monolitica. Esistono, infatti, vescovi che parlano apertamente del pericolo che queste migrazioni di massa possano diventare una sorta di «cavallo di Troia» per l’islamismo radicale in Europa. Uno di loro è monsignor Marian Eleganti.

Eccellenza, cosa ha provato di fronte alle immagini della Spagna?

«Provo un senso di disagio. Ci vuole molta ingenuità o un semplice rifiuto ideologico della realtà per non rendersi conto che questa ondata di immigrazione rappresenterà un problema irrisolvibile per le nostre società post-cristiane».

Teme che episodi simili, con questi numeri, possano favorire un rafforzamento dell’islamismo nei Paesi europei?

«I musulmani devoti, quanto più rigorosi sono nella fede, tanto più formano società parallele, non hanno alcun rispetto per le società in cui si insediano, per poi, secondo i precetti della loro religione, conquistarle in un processo storico lento ma tenace. È incredibile che nel Medioevo e nella prima età moderna l’Occidente cristiano si sia difeso dall’aggressione islamica in battaglie famose, e che questo stesso Occidente stia scivolando verso la propria rovina come fosse su una sabbia mobile. La migrazione è una delle cause principali di tutto ciò».

È possibile che tra le frange più estremiste possa esserci anche un senso di rivalsa contro l’Occidente per queste sconfitte del passato?

«È certo che i musulmani a differenza della maggioranza delle nostre società non le hanno dimenticate. In molti musulmani è presente anche un profondo senso di arroganza e un sentimento di superiorità morale nei confronti della decadenza dell’Occidente che sembra legittimare ai loro occhi la tendenza all’espansione e all’aggressività».

Il cardinale Giacomo Biffi parlò di «approccio realisticamente differenziato» per l’accoglienza di migranti cristiani e islamici. Era un discorso discriminatorio, come molti dissero?

«Aveva assolutamente ragione. Tutti i profeti finiscono nella cisterna, proprio come il profeta Geremia. Ma la storia dimostra che avevano ragione».

Spesso la Chiesa ha ricordato il «diritto a non emigrare». Nel caso di Ceuta, però, i migranti sono arrivati dal Marocco, dove non c’è guerra né instabilità. Come spiegarlo?

«Credo che, per quanto riguarda la tendenza all’espansione dell’Islam, ci siano dei meccanismi ben definiti. È una cosa di cui si parla apertamente. I nostri Paesi hanno il diritto di limitare l’immigrazione se non vogliono perdere la propria identità e generare problemi sociali legati alla mancata integrazione di tale portata da non poterli più risolvere».

Crede che l’Europa abbia sottovalutato finora il pericolo del radicamento di un islamismo estremo tramite questi flussi?

«Molti sottovalutano il pericolo con un ingenuo buonismo. Altri vi si alleano con l’obiettivo comune di smantellare l’Occidente cristiano per costruirci sopra il loro mondo migliore. Ma non ne verrà fuori nulla di buono. Non è allontanandosi da Dio che si raggiungerà un paradiso migliore di quello perduto».

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