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Politica internazionale

Trump in versione predicatore: “Giurate fedeltà a me. Se non votate andrete all’inferno”

Alla convention repubblicana il presidente trasforma le midterm in un referendum su se stesso: “Fate finta che il mio nome sia sulla scheda”

Più che un appello al voto, un atto di fede. E non tanto nel Partito repubblicano, quanto in Donald Trump. Il presidente americano ha chiuso la convention repubblicana di Dallas trasformandosi per qualche minuto in una sorta di predicatore della politica: mani alzate, promessa solenne e persino la minaccia – pronunciata con il sorriso – delle fiamme eterne per chi dovesse disertare le urne. “Sapete cosa succede se non andate a votare? Andrete all’inferno”, le sue parole.

Prima, però, Trump aveva chiesto al pubblico qualcosa di ancora più singolare: un vero e proprio giuramento di fedeltà alla sua persona. “Alzate la mano e ripetete con me: prometto al più grande presidente della storia degli Stati Uniti che ci ama così tanto che andrò a votare”, ha scandito dal palco, con la platea chiamata a ripetere le sue parole. Politica, spettacolo e religione si mischiano così nel finale della prima convention organizzata dai Repubblicani in vista delle elezioni di midterm.

Del resto, Trump non ha fatto molto per nascondere il carattere personale della sfida di novembre. Anzi. “Fate finta che sia io a correre e che il mio nome sia sulla scheda”, ha chiesto ai sostenitori. Le elezioni per il rinnovo del Congresso diventano così, nella narrazione del presidente, un nuovo referendum su The Donald. E per convincere gli americani a non restare a casa è arrivata anche una promessa destinata inevitabilmente a far discutere: un “dividendo” da 5.000 dollari per ogni americano in caso di vittoria repubblicana.

Trump ha rivendicato i risultati dei primi due anni del suo secondo mandato assicurando di aver trasformato “il momento buio dell’America” in una nuova “età dell’oro”. Lo scenario alternativo, naturalmente, è stato dipinto con colori decisamente meno rassicuranti. Una vittoria dei Democratici, ha sostenuto, significherebbe tasse più alte, perdita di ricchezza e il ritorno delle politiche combattute dalla sua amministrazione.

Poi la politica estera. E soprattutto l’Iran, uno dei dossier più delicati anche all’interno del mondo Maga. Trump non sembra intenzionato a fare marcia indietro. “Non credo nel concetto di rimpianto. Qualcuno me lo ha chiesto. Se dovessi rifarla, agirei esattamente come ho fatto”, ha spiegato parlando della guerra contro Teheran. Un conflitto che ha provocato malumori proprio in quella parte dell’elettorato trumpiano che aveva sostenuto il presidente anche per la promessa di chiudere la stagione delle “forever war”.

Qualche interrogativo, Trump ammette di porselo. Ma nessun pentimento. La convinzione esibita è che la strategia americana stia funzionando: “L’Iran sta cedendo su tutti i fronti”. Quindi l’ennesima trovata lessicale del presidente, che riferendosi allo Stretto di Hormuz lo ha ribattezzato “Stretto di Trump”.

Prima del presidente era toccato a JD Vance scaldare la platea. Il vicepresidente, sul quale già si concentrano le attenzioni in vista della corsa alla Casa Bianca del 2028, ha caricato frontalmente contro i Democratici, definiti il “partito dell’odio”. “Sono il partito che disprezza l’America e che ha simpatia per i terroristi che hanno perpetrato l’11 settembre. Non dimentichiamoci mai: l’America appartiene a chi la ama”, ha attaccato. Poi l’appello agli elettori repubblicani a non consegnare il Paese a un “gruppo di folli” che, secondo Vance, finirebbe per distruggerlo.

Ma la scena, ancora una volta, se l’è presa Trump. Fino all’ultima battuta, fino all’inferno evocato per gli astenuti. Alle midterm il suo nome non comparirà materialmente sulle schede. A Dallas ha fatto di tutto perché i suoi elettori pensassero esattamente il contrario.

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