
Un giorno, un postulante si fece avanti per chiedere a Talleyrand un posto di lavoro. Il principe di Benevento glielo rifiutò. Allora lo stesso interlocutore gli chiese un secondo posto, meno remunerativo del primo. Nuovo rifiuto. Terza richiesta, terzo rifiuto. Alla fine il poveretto, non avendo ottenuto nulla, dichiarò: "Ma insomma, signore, bisogna pure che io viva". "Non ne vedo affatto, signore, la necessità", replicò il ministro con soddisfazione.
Quando gli si chiedeva un parere sugli avversari ma anche sugli alleati e in generale sui suoi contemporanei - François Mitterrand non si tirava certo indietro quanto a ironia micidiale, spesso venata di una punta di disprezzo. Tra le sue vittime Michel Rocard: "Rocard presidente? I Francesi non si faranno mai governare da un uomo che pesa 40 chili!"; Jacques Delors: "Sarebbe capace di mostrarsi indeciso anche tra l'aspirina e l'eutanasia"; Valéry Giscard d'Estaing: "Voi non volete parlare del passato. Lo capisco bene, naturalmente è comunque fastidioso che, nel frattempo, voi siate diventato l'uomo del passivo".
E che dire di Churchill, che in Parlamento diventa maestro nello sketch dell'assopimento finto: la schiena si inarca, gli occhi si chiudono, il respiro si fa rumoroso, la bocca si apre e l'oratore cade nella trappola, senza resistere alla tentazione di prenderlo in giro. "Winston, è assolutamente necessario che dormiate quando parlo?". E parte la risposta, mentre gli occhi si spalancano all'istante: "Affatto, è assolutamente volontario" oppure: "Winston, state dormendo!" e, stavolta senza riaprire gli occhi: "Mio Dio, fosse vero!". Sono sue frasi come: "Siamo i padroni delle parole che abbiamo taciuto e gli schiavi di quelle che ci sono sfuggite" o anche "Avere talento politico significa essere capaci di prevedere quello che succederà domani, la settimana prossima, il mese prossimo e l'anno prossimo. E poi essere capaci di spiegare perché non è successo". Impietoso, a volte feroce, ma sempre fedele alla linea secondo la quale in politica la misura del discorso perfetto o anche solo della parola ben spesa consiste nel trattenere l'emozione con il morso della distanza data dall'ironia: a Charles De Gaulle, che gli chiede di vedersi alle sette per la colazione, in una delle tante battute che ne fecero un'accoppiata eterna della storia politica mondiale, risponde: "Perché non alle sei, caro generale? Potremmo farci la doccia insieme".
Questi sono solo alcuni tra le decine di aneddoti simili raccontati nel numero estivo della storica rivista francese (la più antica d'Europa) Revue des deux mondes dedicato all'umorismo come arma politica. Con excursus che vanno dalla Roma antica (Caligola, Domiziano, Cicerone) a Gorbaciov (a un giornalista che gli chiede "È vero che Boris Eltsin è lucido solo due ore al giorno?", risponde: "È vero, ma non tutti i giorni"), da Triboulet - il disgraziato buffone di Francesco I - a Ronald Reagan (durante il dibattito presidenziale con Walter Mondale, 56 anni, nel 1984, quando lui ne aveva 73, a un giornalista che gli chiede "Non siete troppo vecchio?", risponde "Non farò dell'età un tema di questa campagna. Mi rifiuto di sfruttare a fini politici la giovinezza e l'inesperienza del mio avversario"), passando per Elisabetta II (indimenticabili il lancio col paracadute al fianco di James Bond all'apertura delle Olimpiadi di Londra nel 2012 e il tè preso con l'orso Paddington, eroe della letteratura per ragazzi, in occasione dei settant'anni del suo regno nel 2022), Clemenceau e molti altri, obiettivo del dossier della Revue è raccontare il gusto per la parola e la commedia nei responsabili politici. Nel Novecento soprattutto, con gli spazi moltiplicatori dei media come giornali e televisione, grazie ai quali presidenti, regine, ministri e deputati rivelano, monologanti di lusso di fronte ai lettori o davanti a una telecamera, eloquenza, talento di attore, sapienza nelle pause e nella modulazione della voce.
Se quello di Talleyrand è senz'altro il genere di tratto di spirito che è meglio far scaturire quando si hanno delle guardie del corpo a disposizione o quando si è in esilio - "Si è lì, nella seta, la milza dilatata, mentre ci si fa servire champagne sotto un soffitto di sei metri, in compagnia di creature divine che ti trovano formidabile senza sapere perché: è allora che insultare la miseria dei propri contemporanei è uno specchio teso verso la propria fortuna, per godere meglio del lusso nell'istante presente" - un ripasso rapido, divertente e documentato delle boutade ben piazzate dei secoli scorsi e della contemporaneità riporta subito coi piedi per terra. L'analisi delle motivazioni per cui il pubblico di elettori-cittadini-spettatori concentra l'attenzione sulle performance legate a una risata o anche solo a un sorriso compiaciuto rivelano un vero e proprio gusto per la boutade come rivelazione del disincanto e del legame ineluttabile tra comicità e contrasto sociale, boutade per la quale si crea un'attesa istrionica quanto quella dell'oratore. L'umorismo offre al politico più abile l'opportunità di mostrare capacità di analisi, gusto per l'umano sentire e senso del teatro concentrati in una battuta. Buona se inaspettata, migliore se memorabile, ottima se elegante.
Lo hanno ampiamente dimostrato due campioni italiani dell'uso dell'umorismo come Andreotti e Berlusconi, che si fosse di fronte a eventi gravi, in cui la battuta diventa tocco di ottimismo in mezzo alla tenebra, o che si rendesse necessaria la frecciata per destabilizzare l'avversario in un faccia a faccia da campagna elettorale. "Venga fuori, perché picchiano i deputati", così la deputata comunista Nadia Gallico Spano durante gli incidenti di piazza per l'approvazione del trattato NATO nel 1949 avvisava Andreotti. "È una buona ragione per rimanere dentro", avrebbe risposto l'onorevole, di cui ecco brevissima galleria: "Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch'io un terrorista"; "Amo talmente la Germania che ne preferivo due"; "I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato". Inevitabile menzionare le barzellette raccontate da Silvio Berlusconi, sui rivali politici, sulle crisi, sulla storia e spesso su se stesso, barzellette che sono andate ben oltre l'arma oratoria - più volte facendo da scudo spaziale contro la character assassination - e divenendo, sia in contemporanea che negli anni, oggetto di volumi, raccolte, rielaborazioni e tesi di laurea: "Avete sentito che cosa è successo in cielo quando è salito Berlusconi? Subito il Padre Eterno lo ha chiamato nel suo ufficio. Di solito i colloqui con il Padre Eterno durano tre minuti perché lui sa già che cosa hai in mente tu e ti dice soltanto che cosa vuole lui. Invece passano tre minuti niente, dieci minuti niente, mezz'ora niente. Tutte le anime sante Come mai?. Angeli, arcangeli, beati, tutti si affollano lì intorno e siccome sono puro spirito ce ne stanno milioni. Finalmente dopo due ore, si apre la porta, esce il Padre Eterno che tiene una mano sulla spalla di Berlusconi e gli dice queste parole: Silvio, la tua idea di trasformare il Paradiso in una società per azioni e di quotarla in borsa mi è piaciuta moltissimo. C'è solo una cosa che non capisco: perché io dovrei fare il vicepresidente?".
A conclusione di una rilettura dei discorsi, interviste, relazioni politiche alla luce del riso e del sorriso, si scopre che il piacere comico va a braccetto con la complicità profonda che crea un patto: la risata non vuole pensieri, proprio nella consapevolezza del dolore nostro e altrui. Nella monarchia in discesa, il re è reticente ad aumentare le tasse che gravavano sul popolo: "Sono così poveri", fa notare al suo ministro. "Sì, ma sono così numerosi", replica il ministro. Ed è senza dubbio divertente. Nei nostri anni Venti tutto si mescola, le cause dell'umanità con i conti da regolare nelle bolle di ciascun profilo Instagram, e la nettezza dell'insulto, contaminata dalla contraddizione moralizzatrice piuttosto che morale, si riduce al punto da demonizzare, o cancellare, il divertimento. "Prudenza e paura sostituiscono mordente e spontaneità, ogni lapsus è ripreso sui social, ogni termine controllato. La sofisticata seduzione della retorica subisce la disfatta dei singoli elementi del linguaggio": bruciante la bolla di insipidi che la Revue fa aderire a politici contemporanei come Mélenchon, "eccellente oratore senza tuttavia provocare la minima ilarità", Zelensky, che ha fatto "mestiere di buffone alla televisione senza che la sua elezione a capo dell'Ucraina risvegli il minimo sospetto sulla sua capacità di incarnare la tragedia nazionale del suo popolo" o Sarkozy e Macron accoppiati nella "incapacità di umorismo nelle responsabilità". Insomma, noiosa, ma anche superficiale e dimenticabile, la politica senza humour.
Il dispiacere è che alla fine oggi spesso il posto dell'oratore arguto - solo e maestoso di fronte alla folla che pende dalle sue labbra - sia toccato prenderlo, più che ai politici, alle serie tv con protagonisti politici di ficcante ironia (si vedano la classica House of Cards e The Diplomat tra le altre) o agli stand up comedian, che si possono permettere d'essere scorretti trattando temi politici in tempo di cancel culture e fare egualmente il pieno al botteghino, dal sold out
nostrano per Ricky Gervais all'assalto per il nuovo show di Angelo Duro da ottobre: nessuno è più amato di chi se la ride, perciò proprio dal popolo viene autorizzato a fregarsene di chi vorrebbe metterne a tacere lo spirito.