Una bottiglia di Verdicchio, Fazi Battaglia, quadrucci in brodo, pollo in gelatina e una pera, per chiudere. Carlo Grandini - scomparso ieri a 88 anni - aveva il suo menabò quotidiano a tavola, quando, a sera, si finiva il lavoro, nelle cento e mille trasferte, in un qualunque ristorante si tornava a vivere umanamente, ricordando Ferrara, la nebbia e i rivoli di un passato fuggito. Era un gentiluomo, Carlo, un capo vero, senza mai smarrire l'educazione e il rispetto dei sottoposti, aveva di fianco un altro superbo esempio di giornalismo, Caruso Alfio detto Fredi, razza siciliana pura. Entrambi formavano e formarono la coppia, facciata A e B di un 45 giri, per dare inizio alla grande avventura delle pagine sportive de il Giornale Nuovo, come diceva la testata originale. Indro Montanelli era tifoso della Fiorentina, amico antico del conte Pontello, la cui famiglia sarebbe diventata padrona del club viola, il Giornale Nuovo, non avendo l'edizione del lunedì, non prevedeva ancora le pagine di sport ma era comunque necessario disporre di firme e di competenze per gli altri giorni e avvenimenti. Carlo Grandini fu preso dalle pagine del Corriere della Sera, dove lo aveva voluto Gino Palumbo, portandolo via da Tuttosport. Arrivò anche Fredi, si aggiunsero Silvano Silver Tauceri, un triestino battagliero e generoso, penna di tennis e calcio e un gigante della scrittura, per l'atletica leggera e la pallacanestro, Oscar Eleni. Al quartetto ai affiancò poi l'ingegnere Enrico Benzing, scienziato di automobilismo e vicino a Enzo Ferrari. La squadra, ristretta di numero, era però sontuosa di qualità. Carlo Grandini era il padre diplomatico di scazzi redazionali, accompagnava con il sorriso molti dei suoi intrattenimenti con i colleghi; lo sport, come sempre accade nei fogli politici, viene considerato come il nonno simpatico di cui non si vede l'ora che vada a letto, dunque che si chiudano le pagine in fretta. Carlo ebbe pazienza anche davanti a certi fastidiosi appunti e note della direzione, non tanto di Montanelli ma dei vari suoi ufficiali. Sapeva di automobilismo e di sci, di calcio, dei Giochi olimpici, di golf, era un battitore libero come si usava al tempo nel quale il giornalismo era di marciapiede, di studio e approfondimento non certamente alimentato da wikipedia o da zatteranti della parola. Maria, la moglie dal sorriso celeste, lo proteggeva dai serpenti di un ambiente cattivo che poi lo portarono a lasciare via Negri per tornare in via Solferino. La scrittura di Carlo era morbida, essenziale, nel significato di felice per la lettura, sapeva affrontare l'evento, amava giocare con la memoria di viaggi improbabili, quello a Città del Messico, nel mondiale del '70, sombreri, mariachi e acqua non potabile, un'insalata non lavata, anzi sciacquata Dio sa soltanto come, gli provocò il cagotto storico, costringendolo a scrivere e poi dettare gli articoli dalla stanza dell'albergo messicano. Per il primo numero de Il Giornale Nuovo dettò un pezzo a braccio dalla Germania, dove era inviato, con Tauceri, per il mondiale di calcio.
Lo stenografo Difortis, abile con penna e taccuino, meno con il dittafono, non registrò nemmeno una parola, panico nella redazione di piazza Cavour, Vittorio Frigerio tentò di rintracciare Carlo che, ormai, era a spasso per le strade di Monaco; il "Vecchio" o "CilIndro", come avevamo battezzato Montanelli, fu informato che la cronaca dalla Baviera non sarebbe mai stata pubblicata. L'inviato itinerante, secondo stile, non se ne crucciò. Era il suo, come un presepe vivente, era il Giornale. Era Carlo Grandini.