Piccoli Hannoun crescono. E anche in fretta. È il caso di Mohamed Anwar che, da quando il leader dell'Api è in carcere, sembra aver preso il timone delle piazze pro Pal. Prima era Mohammad Hannoun, in carcere dal 27 dicembre con l'accusa di terrorismo, a fomentare i cortei del fine settimana a suon di cori come "Palestina libera dal fiume fino al mare", che implica la distruzione dello Stato di Israele.
Senza di lui e senza Raed Dawoud e Yaser Elasaly, che gestivano la filiale milanese della Abspp (l'altra associazione di Hannoun oggi al centro dell'inchiesta di Genova) mentre oggi sono dietro le sbarre, ad alzare la testa e prendere in mano il microfono sono le nuove leve. E tra loro spicca, appunto, Mohamed Anwar, che in passato è stato spesso al fianco di Hannoun e che ora affianca il figlio, Mahmoud.
Sabato nel tardo pomeriggio, infatti, i sostenitori della causa palestinese si sono riuniti nel centro di Milano per protestare contro la decisione emessa venerdì dal tribunale del riesame di Genova, che ha confermato le misure cautelari in carcere per gli uomini accusati di inviare denaro ad Hamas.
Ma per Anwar nessuno li fermerà, nemmeno la magistratura che, coraggiosamente, sta affrontando un processo che tutti sappiamo essere ostico sotto diversi punti di vista. E, infatti, con in mano il microfono e il tono concitato, attacca: "Pensano che con l'arresto di Mohammad Hannoun e tenendo dentro i nostri compagni ci possano fermare, ma loro non sanno che oramai Hannoun è nato dentro ognuno di noi". Secondo lui i media italiani "pensano che attaccando sui social i nostri detenuti possano in qualche modo zittire la nostra voce, ma non sanno che ognuno di noi è Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Riyad Albustanji, e quello che hanno iniziato da più di vent'anni siamo noi in queste piazze a prendere la bandiera che hanno alzato e portare avanti questa lotta fino alla liberazione di tutta la Palestina". "Riuniti per una causa giusta", si legge in una foto che lo ritrae con Hannoun, in un'altra lo vediamo al fianco di Wael Dahdouh, il corrispondente di Al Jazeera a Gaza, mentre sui social fa riferimento alle punizioni: "Sono certamente miscredenti quelli che dicono in verità Allah è il terzo di tre. Mentre non c'è Dio all'infuori del Dio Unico! E se non cessano il loro dire, un castigo doloroso giungerà ai miscredenti".
Ma non è l'unico della cerchia dei fanatici a prendere le parti di Hannoun, indagato anche a Milano dal pm Alessandro Gobbis per aver invocato la legge del taglione nell'ottobre del 2025.
C'è anche l'oramai noto predicatore di Torino, Brahim Baya (in foto), che forse con queste ultime parole ha superato ogni limite consentito: "Palestina libera dal fiume fino al mare. Uno slogan che abbiamo ripetuto migliaia di volte nelle piazze d'Italia e del mondo. Poche parole ma sufficienti oggi per costarci un'accusa di antisemitismo, una sospensione, una censura, perché per qualcuno è un invito al genocidio degli ebrei", dice lanciando la puntata sul proprio canale YouTube. E aggiunge: "Ma se vi dicessi che uno dei più importanti storici israeliani contemporanei sostiene che la fine di Israele come lo conosciamo oggi non solo è possibile, ma è la condizione necessaria perché si costruisca finalmente una pace giusta tra musulmani, ebrei, cristiani e tutti gli abitanti della terra di Palestina".
Può configurarsi anche questo abominio come libertà di espressione? O, forse, si tratta di istigazione all'odio, avendo lui sostenuto (con l'aggravante della diffusione a mezzo social) che la distruzione di Israele sia necessaria? Dopo aver elogiato, a più riprese, i missili iraniani, la resistenza palestinese (Hamas) e quella libanese (Hezbollah), chissà se qualcuno penserà di intervenire.