Sono sempre stati loro. Trucchi, schermature, depistaggi: Askatasuna ha usato ogni tecnica pur di non risultare il «baricentro organizzativo» delle violenze No Tav. Per le fonti investigative, invece, la strategia è collaudata da tempo: presentare ogni iniziativa come manifestazione spontanea di un non specificato «movimento». E il cuore decisionale? Non esisterebbe. Perché gli antagonisti vivono di «democrazia interna»: questa è sempre stata la linea difensiva del centro sociale.
Tutto, secondo un dossier in possesso del Giornale, inizia nel settembre del 2004.Il cantiere della Valle è agli albori. Nel CSOA di Torino, Aska si riunisce per iniziare a discutere della guerriglia contro la Torino-Lione. Il filo rosso non si spezzerà più. Da quel momento in poi, saranno sempre loro, i militanti di Askatasuna, a guidare i facinorosi sui sentieri, tra fascette per riconoscersi, arsenali più o meno artigianali e divise nere.
Lo certifica un’intercettazione contenuta nella memoria del processo di primo grado dell’Operazione Sovrano. «Il movimento No Tav esiste solo perché esiste Askatasuna», dice Mattia Marzuoli parlando con il compagno Francesco Bruni. Sempre Marzuoli ribadisce che «le altre componenti...sanno benissimo che senza Askatasuna il Clp non esisterebbe». E aggiunge: «Senza di noi non ce n’è... noi organizziamo» e gli altri «ci stanno». È l’immagine plastica del rapporto tra «Aska» e il Comitato di Lotta popolare di Bussoleno, che è la componente storica del movimento, la cerniera tra Torino e la Valle.
Sono frasi del 2020. Ma, alla luce delle piste seguite dagli inquirenti per gli scontri di Chiomonte, suonano parecchio attuali. Aska una gerarchia ce l’ha. Il capo è Giorgio Rossetto, detto «Wallace». L’ideologo è Guido Borio, post-comunista. Andrea Bonadonna, direttore artistico di «Alta felicità», chiude il triumvirato.
Nel secondo livello ci sono gli organizzatori: Marzuoli, la portavoce Dana Lauriola, Umberto Gentile e Stella Gentile. Tutti personaggi che, insieme ad altri nove, sono imputati nel processo d’appello per associazione a delinquere, dopo l’assoluzione in primo grado. Poi ci sono le nuove generazioni guidate da Sara Munari, imputata a sua volta in Operazione sovrano, e Stefano Millesimo. Questa, almeno, è la struttura fotografata dagli inquirenti. È Rossetto che, sempre nel 2020, dice a Marzuoli quanto segue sulla Valle: «Lì proprio deve diventare... la nostra roccaforte... fuori dai Mulini...bisogna mettere cancelli, fare robe blindate, non stiamo a guardare i proprietari, non stiamo a guardare un cazzo... iniziamo i lavori di consolidamento per costruire la Libera Repubblica vera e propria». Assomiglia a un ordine.
Anche i «vecchi no Tav» svolgono un ruolo: per le fonti investigative, garantiscono la logistica, battono il territorio, vengono «sfruttati» per tenere alta l’attenzione mediatica. Ogni nodo della battaglia al Tav è intrecciato dal centro sociale torinese. I due tedeschi fermati in flagranza differita restano in carcere. Gli sono stati sequestrati: sei maschere antigas, una maschera nera, una fionda con l’elastico, un estintore rosso con la cinghia, guanti da lavoro e calze grigie.Non sono estranei ad Aska, anzi.
La kermesse annuale, il Festival Alta Felicità diretto da Bonadonna, serve per autofinanziarsi, è un business, ma è la «zona Cesarini»- come la chiamano- per coordinare tutti. È anche così che, secondo gli investigatori, il richiamo all’unità si tramuta in uno schermo: sotto un’unica sigla confluiscono CLP, «vecchi No Tav» e antagonisti.L’effetto, secondo le fonti investigative, di nascondere Askatasuna dietro la sigla «No Tav». Ma sono loro, sono sempre stati loro.
