Sulla pandemia si combatte una guerra a colpi di dossier, manine e fake news che oltraggiano gli oltre 190mila morti di Covid, rimasti orfani di una verità storico-giudiziaria. L’ex commissario all’Emergenza Domenico Arcuri in commissione Covid ieri si è esibito in un monologo poco shakesperiano e molto kafkiano leggendo un corposo dossier che non ha ritenuto di depositare formalmente, eppure circolato in diverse chat whatsapp e pubblicato per amplificarne la portata su siti e social prima che tra i commissari che lo stavano ascoltando. Nel corso dell’audizione Arcuri ha difeso se stesso e Giuseppe Conte, ha accusato la Consip di non essere stata in grado di comprare mascherine e ha minacciato una «azione civile di risarcimento danni a Jd Electronics», la società in realtà ingiustamente da lui esclusa e risarcita con 100 milioni per il contratto stracciato, a cui i giudici amministrativi di Venezia il 21 luglio scorso hanno restituito 2 milioni di Iva pagata ingiustamente proprio perché le mascherine ne erano esenti in quanto certificate.
Tra i dati e le cifre snocciolate per discolparsi su quelle cinesi farlocche («La legge prevedeva che si potessero utilizzare anche mascherine non CE») Arcuri nega qualsiasi «monopolio» e dà la colpa alle Dogane per lo sdoganamento di quelle contraffatte e inutilizzabili costate 1,2 miliardi, poi si nasconde dietro una circolare dell’8 luglio che la stessa Adm ha negato sia applicabile al Covid e che ha sospeso il giorno stesso dopo una denuncia alla Dg Taxud su cui indaga la Procura Ue, con l’Italia che rischia una procedura d’infrazione. Ci sono altri errori e ricostruzioni già smentite da auditi e documenti inoppugnabili, ma il colpo di teatro scatena gli imbelli esponenti dell’opposizione, che partecipano e disertano i lavori di un organo a loro dire screditato a seconda delle verità più comode. Qualcuno sostiene che sia loro la manina che ha diffuso il dossier, tanto che ne hanno esaltato le conclusioni ancor prima che Arcuri concludesse la sua deposizione. «Come è stato possibile che i contenuti di una testimonianza genuina e originale siano stati diffusi stessa prima ancora che i commissari ne conoscessero i contenuti?», si chiedono i parlamentari Fdi in commissione Covid, con i capogruppo a Montecitorio e Palazzo Madama Galeazzo Bignami e Lucio Malan che invocano i presidenti di Camera e Senato per capire cosa sia successo e indagare su una fuga di notizie che sembra confezionata a tavolino.
«A voler pensare male ci sarebbe da chiedersi come mai oggi abbiano sospeso il loro boicottaggio», maligna una nota Fdi. L’opposizione esulta, «smontate le fandonie Fdi», ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. E così dai metadati si scopre che il dossier datato febbraio 2026 non è farina del sacco di Arcuri ma sarebbe stato scritto dal pc della ex dirigente di Invitalia Gabriella Forte, manager della struttura commissariale già audita in commissione Covid nel novembre del 2025, la cui testimonianza sotto giuramento conterrebbe diverse falle evidenziate in un esposto depositato alla Procura di Roma dall’imprenditore Francesco Caruso che si è visto rifiutare da Arcuri dei respiratori made in Italy che avrebbero potuto evitare morti, ricoveri e long Covid secondo diversi luminari. La sensazione è che presto Arcuri sarà chiamato a rispondere di ciò che ha detto ieri a Palazzo San Macuto, forse dai pm. Lo deve a chi è morto di Covid, per sciatteria o ingordigia è forse inutile ormai scoprirlo.
