Dimenticate Margaret Thatcher e scordate Tony Blair (sugli altri, da Boris Johnson a Keir Starmer, meglio sorvolare), adesso al 10 di Downing Street abita un nuovo inquilino che promette miracoli. Ed ecco a voi Andy Burnham, ex ministro della Salute tra il 2006 e 2008 ed ex sindaco di Manchester, presunto volto nuovo (?) della scena politica inglese. Per l’assai acciaccato Labour Party, dopo il disastro delle recenti elezioni amministrative, una scelta obbligata. Visti i deludenti risultati delle urne, i notabili del partito dopo aver cassato per tre volte la sua candidatura alla leadership hanno infine scaricato ogni peso e responsabilità sullo storico rivale del (politicamente) defunto Starmer.
Con molte incognite. L’ennesimo nuovo premier del Regno Unito si presenta come l’artefice di una svolta epocale che dovrebbe seppellire quarant’anni di politiche (più o meno riuscite) promosse dai suoi predecessori (sia conservatori che laburisti) e riportare il Regno Unito agli anni d’oro degli anni Settanta, i tempi di Harold Wilson e James Callaghan. Non proprio un ottimo biglietto da visita. I britannici meno giovani ricordano di quegli anni con amarezza: inflazione, lotte sociali, scioperi interminabili, violenza diffusa, intere città (Londra compresa) alla deriva. Un disastro. Non a caso alle elezioni del 1979 gli esasperati albionici cacciarono Callaghan e regalarono un’ampia vittoria alla signora Thatcher.
Eppure di tutto ciò il buon Andy sembra non interessarsene e oggi promette una riedizione aggiornata ma ancor più robusta del dirigismo statale così caro ai vetero socialisti londinesi. Al solito un profluvio di promesse. Grazie ad un rigido programma di nazionalizzazioni e ipotetiche reindustrializzazioni delle aree periferiche, il primo ministro si dice convinto di poter calmierare i prezzi dell’energia e dell’acqua, ridurre i prezzi dei beni di largo consumo, rilanciare l’edilizia sociale e la salute pubblica. Sulla carta potrebbe (forse) funzionare, ma i soldi dove sono? Ricordiamo, per inciso, che la Gran Bretagna si è impegnata per un costosissimo piano di riarmo spalmato su cinque anni mentre l’economia britannica continua a boccheggiare e persino la City una piattaforma finanziaria globale mostra forti segni d’affanno.
In più Burnham continua a glissare sul tema più scottante, quello dell’immigrazione incontrollata. Un fenomeno devastante alla base dell’attuale fortuna elettorale della destra di Nigel Farage, ormai radicata proprio nei ceti più fragili un tempo ormai lontano bastione elettorale del Labour. Basteranno una messe di promesse (più o meno realizzabili) a fermare l’avanzata di Reform UK? Vedremo. Di certo nessun (vero o presunto) ritorno al passato ha mai pagato.
