Un anno dopo chi resta a casa (dei genitori)

Quando le certezze del presente scivolano via come sabbia tra le dita, la pianificazione del futuro fa i conti con un deserto di opportunità

Un anno dopo chi resta a casa (dei genitori)

Quando le certezze del presente scivolano via come sabbia tra le dita, la pianificazione del futuro fa i conti con un deserto di opportunità. La scomoda realtà a cui la classe politica di questo Paese sta voltando le spalle, forse fino a quando sarà difficile ricomporne i pezzi, ha a che vedere con l'orizzonte di un'intera generazione. Per tanti, troppi giovani adulti, un anno di pandemia ha minato le basi di un percorso di vita e di affermazione personale. Già ben prima dell'emergenza Covid l'Italia vantava diversi primati europei, tutt'altro che lusinghieri. A partire dai «Neet» (acronimo dall'inglese Not in education, employment or training), ovvero chi non studia, non lavora o non segue alcun corso di formazione: oltre 2 milioni di persone nel 2019, il 22,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni (ultimo rapporto Istat). La quota più elevata tra i Paesi dell'Unione, 10 punti sopra la media Ue (12,5%). Un esercito in «stand by», in sospeso, formato da chi ha comunque un diploma (23,4%) o una laurea (19,5%). L'etichetta sbrigativa di «bamboccioni» non basta più a descrivere il quadro, anche perché tra loro ci sono 800mila madri e padri. Insomma genitori a loro volta che dipendono dai genitori se non dai nonni pensionati, in una spirale di immobilismo che finisce per togliere a molti la fiducia in un riscatto sociale. Hai voglia, poi, a chiedersi come mai un giovane italiano lasci la casa in cui è nato non prima dei trent'anni, dodici in più di uno svedese, sette in più di un francese o di un tedesco. Zappyrent, start up italiana che opera in sette grandi città nel mercato degli affitti immobiliari a medio termine (massimo 24 mesi) rileva che la percentuale di under 30 alla ricerca di questo genere di soluzione, per rendersi indipendente negli anni dello studio o della prima occupazione, a marzo 2021 è scesa del 30% rispetto all'anno scorso. Nello stesso intervallo di tempo è invece salita del 19%, superando per la prima volta i 30 anni, l'età media di chi va a vivere da solo, magari mentre prova a prendere la propria strada nel mondo del lavoro.

Le chiusure a oltranza, con migliaia di attività evaporate o ridotte a sopravvivere di ristori, hanno acuito il problema. L'assunzione del rischio d'impresa di questi tempi assomiglia piuttosto a un azzardo insostenibile, una scommessa perdi-perdi da rimandare a data da destinarsi. Il «restate a casa» utile nella prima ora, quella più buia, sta diventando a lungo andare la normalità su cui appiattirsi. Se il modello di smart working imperante non è accompagnato da una rivoluzione tecnologica e culturale, ma si limita alla brutta copia di un home working nel tinello, per giunta dovendo gestire contemporaneamente i figli in Dad, non è lavoro intelligente, ma soltanto lavoro da casa. E allora va bene anche quella di mamma e papà...

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