Autogol "finanziario" della politica: chi dona fondi diventa un corruttore

I guasti di un sistema scardinato dalle pulsioni contro la Casta. Ai grillini non andava bene neppure il 2 per mille

Il finanziamento ai partiti è un'onda: negli anni ha oscillato tra pubblico e privato e si è gonfiata o smontata al ritmo degli scandali. Un'onda cavalcata dall'antipolitica e che ora rischia di far affogare, per l'ennesima volta, la politica.

Lo stesso Matteo Renzi riconosce la contraddizione in cui si è innestata la magistratura: «È un paradosso perché proprio noi avevamo voluto l'abrogazione del finanziamento pubblico e un sistema trasparente di raccolta fondi all'americana». La norma fu varata, su spinta dell'allora segretario del Pd, dal governo Letta nel 2013 e poi convertita in legge nel 2014. Disponeva la progressiva abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti, introdotti da Giuliano Amato all'indomani del referendum radicale del 1993 che abrogò il finanziamento pubblico. Si introduceva però il fondo del 2 per mille e generosi sgravi fiscali per chi donava ai partiti, che in cambio dovevano dotarsi di uno statuto che garantisse trasparenza e democrazia interna: requisiti che proprio i Cinque stelle non hanno dimostrato di possedere.

Contro quella norma i grillini all'epoca misero in scena una protesta eclatante alla Camera, sostenendo che andava abolito del tutto il finanziamento anche indiretto e che i partiti dovevano restituire i 2,7 miliardi di euro incassati dal referendum del 1993 in poi. E qui si affaccia un altro paradosso. La posizione del M5s citava come base ideologica il parere del procuratore regionale della Corte dei conti del Lazio Raffaele De Dominicis, secondo cui tutte le norme varate dal 1993 in poi erano incostituzionali perché tradivano il referendum. Nel 2016 Virginia Raggi indicherà come assessore al Bilancio proprio De Dominicis, salvo cambiare idea nell'arco di 24 ore. Una sceneggiata presa non bene dal procuratore, la cui teoria era diventata bibbia del M5s: «Siamo all'asilo, del resto l'antipolitica non ha mai saputo fare politica».

Altri magistrati, quelli di Firenze, si muovono ora per provare un teorema: Open e il Pd erano la stessa cosa, per cui alla fondazione si sarebbero dovute applicare le stesse regole imposte ai partiti per volontà dello stesso Matteo Renzi. Un teorema che, in seguito, è diventato legge con la cosiddetta Spazza-corrotti voluta dai ministri Di Maio e Bonafede. Con un altro paradosso: su spinta della Lega la norma ha esteso l'obbligo di trasparenza anche alle associazioni come Rousseau che inizialmente i grillini avevano lasciato fuori. La legge però ha previsto la trasparenza solo per donazioni superiori ai 500 euro. E così i 5S hanno cancellato dal sito l'elenco di tutte le donazioni inferiori, abbassando il livello di trasparenza. La legge, oltretutto, non impone altrettanta chiarezza sui rapporti tra politica e società, come la Casaleggio.

I partiti hanno usato la questione come clava l'uno contro l'altro (vedere l'attacco Pd sui fondi alla Lega) confermando il pregiudizio anti-casta che finanziare la politica sia cosa sporca.

L'effetto finale è l'ennesimo pasticcio: ora chiunque abbia contribuito a una fondazione rischia di passare da corruttore. «Non era il nostro obiettivo -dice lo storico esponente radicale Gianfranco Spadaccia- Volevamo una riforma che impedisse non tanto il finanziamento pubblico ai partiti in quanto tale, ma un finanziamento ai partiti sottratto da

Commenti

cir

Gio, 28/11/2019 - 17:53

Chiunque doni fondi e denaro alla politica e' inevitabilmente un corruttore. Primo i denari transitano nelle Parrocchie delle donazioni e sono stati scaricati dall' imponibile sulle tasse , quindi lo stato ovvero la collettivita' si e' privato di una entrata economica monetaria per finire dopo la donazione in un partito , ovvero dato ad una parte del popolo costituitasi in partito , di parte.Poi smettiamola di chiamare finanziamenti quelli che sono " investimenti"