Basta scuse, condannare si può Ecco l'Eternit senza prescrizione

Da Palermo a Padova, tante le inchieste passate indenni al vaglio della Cassazione Basta impostarle come si deve

Ma davvero è tutta colpa del tempo che nei Tribunali scorre troppo in fretta? Di inchieste e processi sulla pesante eredità dell'amianto sono piene le cronache, come di croci i cimiteri. E quasi sempre si tratta di cloni: a Broni alla sbarra c'è solo la Fibronit, ma i procedimenti sono due: uno per omicidio colposo, l'altro per disastro colposo. A Padova c'erano finiti gli ammiragli della Marina Militare per aver lasciato esporre i marinai all'amianto di cui erano imbottite le navi. Nel 2012 li hanno assolti. Adesso si ricomincia: a marzo la Procura patavina ha chiuso un altro filone di indagine e chiesto il rinvio a giudizio per 14 alti ufficiali. Copione più o meno identico a Bologna: nel 2012 assoluzione per 3 ex dirigenti delle Officine grandi riparazioni, imputati della morte di 9 ferrovieri, tra il 1970 ed il 1985 lasciati senza protezione nel contatto col materiabile rotabile amiantato. Lo scorso giugno nuove morti hanno fatto partire un secondo procedimento.

Capita l'antifona, i legali dell'Eternit hanno già messo le mani avanti: processare due volte una persona per gli stessi fatti non si può. Inutile dirlo a chi confida che lo si faccia almeno una volta. Ad esempio, i parenti degli assassinati dal mesotelioma alla Fibronit di Voghera, alla Michelin di Cuneo, all'Ilva di Genova: in ogni città che negli anni Settanta poteva vantare uno stabilimento industriale c'è un processo pendente, un'inchiesta in corso. E c'è pure chi aguzza l'ingegno: ad Avellino per i decessi all'Isochimica, l'azienda dove fino al 1985 venivano scoibentate le carrozze ferroviarie, la Procura ha imboccato la via della mancata bonifica. Così la responsabilità degli imprenditori-datori di lavoro, e degli enti pubblici che potevano - e dovevano - controllare, è legata a eventi certi. Elemento indispensabile, spiega Francesco Iacoviello, Pg della Cassazione proprio nel processo Eternit: «Il reato di disastro ambientale è un errore giuridico, perché non è possibile prevedere giuridicamente la permanenza di un reato che causa morti a distanza di decenni. Ci viene chiesta giustizia, però un giudice tra diritto e giustizia deve scegliere il diritto».

Ma che la prescrizione sia un capro espiatorio lo provano pure le sentenze. Perché a sentenza definitiva si arriva. Appena ieri la Cassazione, sia pur limandola, ha cristallizzato la pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio ai manager palermitani di Fincantieri per il tumore che s'era portato via un operaio costringendone a letto altri 24. Una pronuncia né unica né rara: già nel 2012 la Suprema Corte aveva reso esecutiva la condanna dei vertici della Fibronit di Bari, ritenuti colpevoli della morte di alcuni cittadini residenti nel quartiere Japigia. E pochi mesi dopo aveva apposto il visto dell'irrevocabilità al verdetto con cui erano stati condannati i responsabili della Fincantieri di Marghera. «L'uso dell'amianto - si legge nelle motivazioni - era talmente diffuso da non potersi assumersi che le conseguenze nefaste sulla salute non fosse circostanza prevedibile». E meno vite sarebbero state spezzate, hanno argomentato gli ermellini, se la questione negli anni non fosse stata affrontata «con grossolana indifferenza». Quella stessa con cui vengono trattati i mali della giustizia: pensare di sanarli modificando le norme sulla prescrizione vuol dire soltanto infornare un'altra ciambella all'italiana. L'ennesima senza buco.

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