Dagli ambienti musulmani arrivano nuovi attacchi a uno dei presidi della democrazia: la stampa. Il divulgatore islamico Brahim Baya (in foto) ha registrato un video in arabo e l'obiettivo è invitare a sottoscrivere la petizione per chiedere che vengano revocati i finanziamenti all'editoria tramite la raccolta firme aperta da Alessandro Di Battista. Dall'attivista viene usata per attaccare i quotidiani che si rendono "colpevoli", a suo dire, di attaccare la comunità islamica.
"Se vi dicessi che una parte delle nostre tasse in Italia viene utilizzata per finanziare giornali che ogni giorno ci attaccano, mi credereste? E se vi dicessi che con una sola firma che richiede meno di 5 minuti potete contribuire a fermare questi finanziamenti cosa fareste?", chiede Baya, sostenendo di averlo "vissuto negli ultimi anni a causa delle mie posizioni sulla Palestina", perché "oggetto di campagne mediatiche" per "diffamare e incitare all'odio". Sullo schermo scorrono le immagini dei quotidiani Libero e Il Tempo, ma anche Il Riformista (solo testate liberali o di centrodestra, dunque), e compare persino il direttore del Giornale, Tommaso Cerno, che da tempo fa i conti con questo tipo di attacchi. "Il problema non sono io. Questi giornali attaccano i musulmani, gli immigrati, e prendono di mira chiunque sostenga la Palestina. Alimentano l'odio e la divisione nella società italiana e la cosa più assurda è che alcuni di questi giornali continuano a esistere solo grazie ai fondi pubblici, cioè con i soldi di tutti noi", dice ancora il referente islamico di Torino. Se gli italiani dovessero elencare quello che finanziano con le proprie tasse, e che preferirebbero non pagare, non basterebbe un'intera edizione di questo quotidiano. Questi soldi, ha aggiunto l'attivista, "potrebbero essere destinati alle scuole, agli ospedali o al sostegno delle famiglie in difficoltà", da qui l'annuncio a chi ha la cittadinanza italiana di apporre la propria firma alla proposta.
Chi possiede la cittadinanza dovrebbe avere una conoscenza dell'italiano scritta e parlata tale da comprendere un discorso piuttosto semplice. Invece, com'è accaduto alcuni mesi fa con il referendum o, solo poche settimane fa con le elezioni amministrative, nel video ci si rivolge in arabo alle comunità islamiche, confermando di fatto che l'integrazione non si è compiuta. Baya, per altro, è stato uno dei più accesi sostenitori del "no" al referendum sulla Giustizia, sull'orma di Pd, M5s e di tutta la sinistra, che alla comunità musulmana si rivolge per raccogliere qualche voto in più.
"La questione è semplice, se un giornale svolge un lavoro serio, siano i suoi lettori a sostenerlo. Ma se vive coi nostri soldi per attaccarci, abbiamo il diritto di dire basta", conclude il referente islamico che ha ormai assimilato i toni del populismo, familiare a quella sinistra con cui è contiguo. E infatti con un appello posto in questi termini sembra che l'obiettivo sia censurare le voci sgradite, che di giorno in giorno smascherano storture e pericoli legati a un fenomeno alieno alla società di questo Paese e all'Europa. E c'è anche Baya tra i dieci firmatari dell'esposto presentato contro Silvia Sardone della Lega, tra cui c'è anche il direttore editoriale di La Luce, Davide Piccardo.
Proprio su questa testata si spiega che l'esposto nasce per chiedere se la condotta di Sardone non costituisca "molestia", oltre ad altri reati, nei confronti di una donna interamente velata, che l'europarlamentare ha fermato a Torino, con la quale è nata una discussione, spiegandole che in Italia non si gira col volto interamente coperto. L'esponente leghista definisce l'esposto un "tentativo surreale" di zittirla e lancia un messaggio: "Sono una donna libera, emancipata, di destra e non riusciranno a mettermi il velo né in testa né in bocca".