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Politica

Chi abusa della parola “giustizia”

Perché nell’esercizio ci si dimentica spesso di amicizia e misericordia

Se la giustizia non difende dalle violenze

Quando si parla di «abusi» si pensa a tante cose, l’«abuso di potere» ad esempio. Ma non si parla mai di quello che possiamo chiamare «abuso di parola». Che cos’è? Per capirlo, riferiamoci alla parola «giustizia». Di giustizia, nel nostro Paese, si dibatte da decenni. Ad alcuni, questi dibattiti possono far pensare che si tratti di materia riservata alle aule di tribunale e alla politica.

In realtà, di giustizia parlano tutti e sempre. Con una caratteristica paradossale: tutti si ritengono nel giusto, anche quando riconoscono di agire ingiustamente. Dinanzi alla domanda: «Per quale motivo agisci ingiustamente?», risponderebbero che non fanno altro che ripagare con la stessa moneta chi si è comportato ingiustamente con loro. E questo è ovvio non significherebbe altro che riaffermare la giustizia, visto che essa implica il dare a ciascuno quello che gli è dovuto. Ma se è così, neanche gli ingiusti possono fare a meno di riferirsi alla «giustizia»! Si può quindi dire che siamo dinanzi a un «abuso di parola». Tutti usano la parola «giustizia», ma il più delle volte senza farne conseguire una pratica coerente. La parola è abusata e finisce per non significare più nulla.

Viene in mente una ben nota affermazione contenuta in un classico della filosofia greca, l’Etica Nicomachea di Aristotele. Stando ad essa, tra amici non c’è bisogno di giustizia (mentre chi è giusto ha comunque bisogno di amicizia). Sì, l’amicizia, quella vera, non esige di determinare continuamente che cosa e quanto abbiamo ricevuto e che cosa e quanto dovremmo dare in cambio.

L’attenzione si sposta quindi su altro: sull’amicizia, ovviamente quella «vera», di cui parla Aristotele. Ci dice che ve ne sono di tre tipi, e solo uno di essi risponde a quella vera. Il primo è l’amicizia dettata dall’interesse. Il secondo è l’amicizia dettata dal piacere. In entrambi i casi, però, il legame dipende da quello che ne ricaviamo. Ecco allora la bomba che Aristotele lancia: il terzo tipo di amicizia, l’amicizia «vera», è quella tra virtuosi, che vogliono il bene l’uno dell’altro. Volere il bene dell’altro: questo significa essere amici.

Ma volere il bene dell’altro comporta molto di più che dargli quello che gli si deve. Comporta guardarlo come guarderemmo coloro che amiamo. Se da professore guardo ai miei studenti come guarderei ai miei figli, non sono forse immediatamente propenso a comprenderne le difficoltà, le fatiche, le paure? Non sono forse pronto a intervenire in loro favore? Non sono forse pronto a volere il loro bene anche quando questo richieda fermezza e correzione?

È lo sguardo proprio della vera amicizia. Lo conferma, mille e cinquecento anni dopo l’Etica Nicomachea, la Somma teologica di Tommaso d’Aquino. Stando ad essa, tutto questo è «amore di amicizia»: l’amore con cui si vuole il bene dell’altro.

Ma così si passa alla «misericordia»: un cuore (in latino cor, cordis) che si lascia toccare dalla miseria altrui. L’amore di amicizia dispone a guardare le ragioni dell’altro, a comprenderle, a essere capaci di «compassione», perché si patisce assieme all’altro e ci si prende a cuore la sua sorte. Ma questo che cosa ha a che fare con la giustizia? Che cosa diremo a chi, in un’aula di tribunale, deve anche condannare e non solo comprendere e magari perdonare? Indiscutibilmente, amicizia e misericordia non possono essere contro la giustizia: non possono essere ingiuste! Devono invece rendere la giustizia più giusta. L’Innominato dei Promessi sposi prende le parti di Lucia, si lascia avvolgere dalla compassione per la sofferenza di lei e per questo giunge a compiere un atto di vera giustizia: la libera. Così anche in tribunale compie vera giustizia chi sa guardare a tutti coloro che sono coinvolti. A chi ha subito un danno, perché, compreso appieno nella sofferenza vissuta, possa ricevere tutela e adeguata riparazione. A chi il danno l’ha invece compiuto, cercandone la promozione umana talora proprio attraverso la severità della pena.

Lo mette in luce Dostoevskij in Delitto e castigo, quando Raskolnikov, condannato ai lavori forzati in Siberia, giunge a intravedere una possibile rinascita morale e spirituale. A renderla possibile è soprattutto l’amore di Sonja, che non smette di volere il suo bene e lo esorta ad accettare la sofferenza come mezzo necessario per quella rinascita. L’amore di amicizia il bene che si vuole per l’altro dispone quindi alla misericordia il cuore aperto al misero che così perfeziona la giustizia. Questa, insomma, senza amore e misericordia, rischia di rimanere un mero abuso di parola.