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Politica

Come fermare l'epidemia di nichilismo

La droga come sintomo di una società senza più radici

Tragedia nel Foggiano. Agente penitenziario uccide moglie e figlie

Basta scorrere le cronache di quest’estate 2026 per imbattersi, con una frequenza che ormai rasenta l’abitudine al dolore, nelle ambulanze chiamate ai margini delle nostre province o fuori dai locali del sabato sera. Giovani, giovanissimi, trasportati al pronto soccorso per intossicazioni da droghe sintetiche, da cocktail chimici sempre più letali e accessibili. La narrazione mainstream, compiacente e spesso distratta, liquida il fenomeno come un semplice problema di ordine pubblico o di sanità locale. Ma c’è chi non si accontenta delle diagnosi superficiali. Perché la verità, per quanto scomoda, è che l’abuso di sostanze non è la malattia, ma il sintomo. La droga è la risposta disperata, e chimica, a un vuoto metafisico.

Ogni forma di dipendenza rimanda a una fame di assoluto, a una ricerca di piacere e ricompensa immediata che tenta di anestetizzare il rumore di fondo di una società atomizzata. Nelle biografie dei nostri ragazzi si è scavato un abisso. Un «buco nero» identitario che denuncia una difficoltà radicale nell’orientarsi verso il futuro. Tutto nasce da una mancanza di valorizzazione, da un disincanto affettivo che ha lasciato i giovani orfani di una narrazione condivisa. Nelle realtà di provincia, la sostanza chimica è stata investita di un valore simbolico perverso: è diventata la moneta di scambio di un’affettività che non sa più dove alloggiare.

I dati degli ultimi anni, con un’impennata allarmante di decessi e di accessi al Pronto Soccorso tra la Gen Z, avrebbero dovuto scuotere le coscienze. Invece, di fronte a questa emergenza educativa e culturale, la politica si è rifugiata in campagne di prevenzione logore, fondate sul colpevolismo o su un relativismo che non ha più il coraggio di indicare il Bene e il Male. Il nostro sistema di cura e prevenzione è ancora ostaggio di paradigmi burocratici fermi agli anni ’90. I Serd e i servizi psichiatrici, spesso ingolfati da una burocrazia assistenzialista, faticano a intercettare un disagio che non è più solo clinico, ma spirituale e sociologico. Trattano ragazzi come ingranaggi rotti, ignorando che quel target giovanile richiede una presa in carico che parta dalla ricostruzione del tessuto relazionale e identitario, non dalla mera somministrazione di protocolli standardizzati.

È inconcepibile che lo Stato o le amministrazioni arrivino a negare o ostacolare il diritto-dovere di un genitore di scegliere il percorso di cura e la comunità terapeutica più adatta per il proprio figlio. La famiglia è il primo, insindacabile baluardo di cura. Lo Stato deve supportarla, non sostituirsi ad essa con le sue fredde categorizzazioni. Serve, dunque, un cambio di paradigma. Un ripensamento culturale radicale che sappia ricucire quel patto intergenerazionale che la società liquida ha fatto a pezzi. Viviamo in una crisi del «simbolico» che spinge i ragazzi a cercare viaggi dell’orrore e dell’allucinazione pur di colmare il vuoto di un’esistenza appiattita sull’immediato, priva degli «sbocchi» che un tempo permettevano di passare dal piacere effimero alla gioia duratura, quella che nasce dalla conquista e dal sacrificio.

In questo scenario, il ruolo della scuola e della famiglia deve essere rivendicato con orgoglio e coraggio. L’insegnante, oggi schiacciato da una didattica delle emozioni slegate dal dovere e da un continuo definanziamento, non può limitarsi a essere un «ascoltatore empatico» o un amico. L’empatia senza autorità è pura demagogia. L’insegnante deve avere il coraggio di tornare a essere una guida, di osare la trasmissione di un sapere che sia anche formazione del carattere. Deve avere l’ardire di parlare di ideali, di Patria, di bellezza, di sacrificio, di ragioni alte che meritino l’impegno di una vita. La vera libertà non è l’arbitrio di autodistruggersi, ma la capacità di legarsi a un destino, a una comunità, a una tradizione.

Ma per chiedere questo ai ragazzi, gli adulti devono smettere di fare i ragazzi. La cura non è l’assistenzialismo permissivo di chi vuole evitare il conflitto, ma è l’amore esigente di una madre e di un padre che sanno dire dei «no» che salvano la vita. È farsi carico del bisogno profondo dell’altro, è assunzione di responsabilità morale.

Se la droga è diventata una valvola di sfogo socialmente tollerata, un rito di passaggio nichilista per sentirsi «parte» di un branco che altrimenti non esisterebbe, non abbiamo più tempo per le buone maniere. Siamo obbligati a un passaggio generazionale di rottura. Dobbiamo restituire ai nostri figli la forza dell’esempio. Senza adulti che credano in qualcosa di più grande di sé, senza una comunità che torni a tessere reti di protezione e di senso, ogni tentativo di recupero si inceppa. La battaglia contro la droga non si vince con le circolari ministeriali, ma restituendo un’anima, e delle radici, a una società che ha dimenticato come si fa a crescere.

*sociologo