Il contrappasso del compagno Nichi finito nel fango assieme ai padroni

La rabbia dell'ex governatore: "Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità"

Il contrappasso del compagno Nichi finito nel fango assieme ai padroni

Come la mettiamo compagno Vendola dell'ex sinistra ecologia e libertà. Sull'ecologia conserviamo dei dubbi, sulla libertà i dubbi medesimi vengono messi da parte con la sentenza durissima che è l'atto conclusivo, per ora, di una inchiesta chiamata, ecco la beffa, Ambiente svenduto. Condannato assieme agli sporchi e biechi capitalisti, dico i Riva, quelli contro i quali l'ex governatore della regione Puglia si era battuto e sbattuto, avendo individuato i veri, unici, esclusivi colpevoli del disastro ambientale e della morte di decine di tarantini e non soltanto. L'Ilva funesta si è abbattuto pure su questo nostalgico della falce e martello, poeta sognatore di cui conservo, come ritagli vintage alcune frasi storiche che in verità avrebbero bisogno di un decoder per comprenderne totalmente il significato. Ne cito tre come riassunto di un'epoca che passò dal nulla al narcisismo, al disprezzo, repertorio che garba assai a chi sventola la bandiera della democrazia, contro ogni forma di razzismo e di omofobia ad esempio: «Personalmente penso che la categoria del comunismo abbia oggi un potenziale largamente inesplorato. A condizione, appunto, di essere agìto non come una risposta precotta, ma come una ricerca comune e una domanda radicale sulla espropriazione di senso anche della vita, in questa fase storica». «Non sono proprio una tragedia le rughe e i capelli bianchi... che siam belli perché siam pieni di difetti! Siamo belli, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo fragili, per quello siamo belli! Perché abbiamo paura! Perché ci tremano le gambe! Perché ci sentiamo goffi! Perché abbiamo bisogno d'amore! Per questo siam belli!». «Noi ci battiamo per il bene di tutti, anche per quello di Silvio Berlusconi: perché un vecchio di 73 anni si deve rilassare... non deve vivere con l'angoscia del sudore che gli scioglie il fard».

Era questo il suo credo, si fa per dire, era questa la sua battaglia contro le destre, contro chi lo molestava volgarmente, erano le parole sue per demolire i padroni, per svergognarli pubblicamente, per portar via la proprietà, questa almeno la tesi opposta, ovviamente definita malvagia. Vendola si ritrova oggi nella stessa ciurma, con una macchia come la nuvola tossica che ammorba la città di Taranto, con quel timbro che lui aveva utilizzato per togliere di mezzo i Riva e tutto quello che rappresentavano, non soltanto come i titolari dell'azienda ma come espressione della borghesia capitalista, del potere dei ricchi, tutta roba che riempiva e ancora oggi riempie, tra una tassa di successione a affinità varia, chi pensa di rilanciare la sinistra e invece la offende, proteggendo chi non lavora, con la garanzia del reddito di cittadinanza e trascurando chi invece continua a spendere una fetta quotidiana della propria esistenza nelle otto ore lavorative, vere, ufficiali, pagate, tassate fino all'ultimo centesimo. «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità». Questo ha detto, a commento del verdetto dei giudici, Vendola Nichi.

La verità? La giustizia? Quale sarebbero i significati oggi per Vendola di questi sostantivi? Dove sono finite le sue certezze sulla giustizia e sulla verità che colpivano e colpiscono gli avversari politici? Roba piccola, di una bassa politica, anzi di propaganda che è stata smascherata nelle sue responsabilità. Vendola denuncia, questa è una giustizia malata. Pensava di essere lui l'unico vaccino ma ne è finito contagiato. Ci sarà appello, verranno forse ribaltate le condanne ma oggi sarebbe opportuno il silenzio, senza strillare contro il sistema che per anni ha fatto e fa ancora comodo.