"Così perderemo 300 milioni al mese"

Il presidente di Fipe-Confcommercio: "A rischio chiusura 50mila imprese"

«Una pandemia di povertà, ecco quello che ci troveremo davanti. Le attività si erano appena riprese, e adesso arriva un altro stop, ci sono 50mila piccole imprese a rischio chiusura». Lino Enrico Stoppani, presidente della Fipe di Confcommercio, guarda con preoccupazione e rabbia allo scenario post dpcm, che entra in vigore «senza una rete di protezione sociale» adeguata e che coinvolga anche i titolari delle piccole attività, non solo i dipendenti.

Ristoranti e bar dovranno chiudere alle 24 dalle 21 sarà vietato consumare in piedi, potranno continuare a servire i clienti solo i locali che abbiano tavoli. Cosa significa per i locali?

«Questo è l'ennesimo provvedimento punitivo verso un settore in grande difficoltà. Il rischio è di una crisi economica spaventosa. Ci sono già 24 miliardi di danni calcolati in questi mesi e senza questo ulteriore appesantimento. Ci sono 50mila imprese, bar, ristoranti, gelaterie, pizzerie, che rischiano di chiudere perché non sono nelle condizioni di superare anche questa mazzata. Trecentomila lavoratori potrebbero perdere il posto.

È quantificabile la perdita causata da queste limitazioni orarie?

«Abbiamo quantificato una perdita di fatturato di 300 milioni al mese. Tra le 18 e le due di notte si incassano 5 miliardi nei bar e 17 miliardi nei ristoranti. I bar sono quelli che ci rimettono di più, ma i ristoranti anche, perché già sono stati costretti a ridimensionare la capienza e contavano sul doppio turno, distribuendo i clienti anche alle dieci e mezza. Invece ora li devono mandare via».

Quanto può resistere un'attività in queste condizioni?

«Ci sono attività che sono strutturate per resistere ma il settore è fatto soprattutto di piccole imprese a conduzione familiare che avevano già un altissimo tasso di mortalità. In questo Paese ora si muore anche di ansie e preoccupazioni. La pandemia della povertà sta già colpendo il nostro settore».

Avete ricevuto richieste di aiuto?

«Abbiamo dovuto arrivare un centro di ascolto. Gli imprenditori sono disperati, chiamano, con la paura di ciò che accadrà. Stavamo recuperando normalità e ora un altro stop. Si pone un problema di sostentamento, il dipendente ha la cassa integrazione, il lavoratore autonomo no. Non si possono fare provvedimenti del genere senza prima prevedere una rete di protezione sociale diversificata e non solo per i rapporti di lavoro subordinato. Siamo ancora fermi agli aiuti previsti dal decreto legge liquidità e dal cura italia, che non sono stati rinnovati. Siamo fermi ad allora ma la crisi sta continuando e porre nuove limitazioni senza aiuti è qualcosa che la categoria non può sostenere».

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