Così lo Stato ha finanziato il terrorista ucciso in Siria

Un jihadista marocchino aveva ricevuto 60mila euro per ingiusta detenzione dopo 9 mesi in cella a Catanzaro

Catanzaro Per la Digos addestrava al terrorismo, ma dopo 9 mesi di cella era stato rimesso in libertà dai giudici con tante scuse ed un pacco di euro come indennizzo. E lui ha tolto il disturbo, andando a combattere in Siria per la guerra santa. Il biglietto aereo per i campi di battaglia glielo hanno pagato gli italiani, saldando il conto presentato da una giustizia sempre più folle.

Brahim Garouan dal suo viaggio non è più tornato. Forse neppure ne aveva intenzione. Le bombe sganciate da un caccia americano hanno cancellato ogni dubbio. Nel gennaio del 2011, a 25 anni, era finito in carcere insieme ad altri due connazionali marocchini. Tra essi il padre, M'Hamed, imam della moschea di Sellia Marina, piccolo centro costiero del litorale catanzarese. Gli esperti dell'antiterrorismo li tenevano d'occhio dal 2007, allarmati da quel predicatore che chiamava alla Jihad nei suoi sermoni, diffusi in internet tutt'uno con le immagini di attentati terroristici ed esecuzioni capitali di infedeli. Il ruolo di postino cibernetico era svolto con perizia da Brahim, appassionato di informatica.

Questo mettono nero su bianco gli investigatori nelle loro relazioni, che diventano l'ordito delle ordinanze di custodia cautelare che portano dietro le sbarre i Garouan ed il terzo presunto complice. Dalle perquisizioni non saltano fuori armi, ma manuali filmati per il confezionamento di ordigni, istruzioni per i cecchini, suggerimenti per scatenare la guerriglia informatica contro Israele, 300 cd inneggianti ad Al Qaida e Osama bin Laden. «Una palestra di terrorismo virtuale», la definisce in conferenza stampa - poche ore dopo il blitz - il procuratore capo di Catanzaro, Vincenzo Lombardo. Aggiungendo: «Nel mirino del gruppo non c'erano solo gli eserciti occidentali presenti in Medio Oriente, ma anche esponenti islamici ritenuti troppo moderati». Davanti ai magistrati gli indagati scelgono il silenzio. Il Tribunale della libertà li tiene al fresco. E lì restano fino ad ottobre, quando i giudici del Riesame cambiano idea. Praticamente obbligati da un'ordinanza della Cassazione, che nella decisione iniziale di lasciare in guardina il terzetto ravvisa «un vistoso vizio motivazionale che tracima nella violazione della legge sostanziale, a proposito del duplice dolo specifico richiesto dalla norma». Insomma, i tre non avevano intenzione di istruire al terrorismo e neanche avevano coscienza di farlo. E a nulla serve che la Procura abbia nel frattempo depositato i verbali delle intercettazioni nelle quali l'imam commenta l'uccisione di bin Laden esprimendo propositi vendicativi contro gli allora ministri Franco Frattini, Roberto Calderoli e Bobo Maroni: la Suprema Corte ha altra opinione. Così l'inchiesta naufraga sugli scogli d'una magistratura che prima concede gli arresti, poi li conferma, quindi ci ripensa fino a smentirsi.

Si dirà: il sistema funziona ed emenda da sé le sue pecche. Infatti nel giro di qualche settimana la Procura chiede l'archiviazione, il Gip la concede. E i tre, usciti puliti dalla vicenda, presentano anche istanza per ingiusta detenzione, ottenendo 60.000 euro a testa, come ha rivelato ieri il Quotidiano del Sud . Un bel gruzzolo, per il giovane Brahim. Che terrorista non era secondo i giudici, ma che da terrorista sarebbe morto, almeno stando a quanto sostiene l'intelligence nostrana, che ne inserisce il nome nell'elenco degli 8 jihadisti italiani caduti qualche mese fa in territorio siriano sotto il fuoco americano.

Alla fine di questa storia c'è ancora qualcuno disposto a sostenere che in Italia la giustizia funzioni e sia capace di rimediare da sola ai propri errori?

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