Il cugino di Saman in carcere in Italia: "Voglio collaborare". Si cerca il cadavere

Delimitata l'area in cui potrebbero trovarsi i resti della 18enne

Il cugino di Saman in carcere in Italia: "Voglio collaborare". Si cerca il cadavere

Dopo l'arresto in Francia, ieri l'estradizione nel nostro Paese. Il cugino di Saman (uno dei due che l'avrebbe «tenuta ferma» mentre lo zio «la strangolava») sarebbe «pronto a collaborare». Cioè a far ritrovare il corpo della 18enne pakistana. Appena Ikram Ijaz, 28 anni, arrestato il 29 maggio scorso in Francia, ieri è stato consegnato dalla polizia francese ai carabinieri di Reggio Emilia alla frontiera di Ventimiglia, gli inquirenti l'hanno portato sui campi dove i cani molecolari stanno fiutando le tracce di ragazza.

Il terreno tutto intorno è segnato da decine di buche scavate per facilitare le ricerche: i resti della giovane potrebbero affiorare da un momento all'altro. Sarebbe la prova decisiva dell'assassinio. Ultimo atto di una congiura d'odio. Elaborata sotto il medesimo tetto dove viveva Saman e firmata col sangue dai suoi stessi «cari». Oggi intanto scade la «promessa» del padre di Saman: «Il 10 giugno tornerò in Italia con mia moglie. Spiegheremo tutto ai carabinieri. Nostra figlia è viva e si trova in Belgio». È una padre senza amore e senza onore. Mente e nega la realtà. Lui è Shabbar Abbas, il papà di Saman «sparita» da Novellara (Reggio Emilia) la notte tra il 30 aprile e il primo maggio e mai più ritrovata.

Da oltre un mese gli investigatori cercano almeno di recuperare il suo cadavere, considerato che non ci sono più dubbi sul fatto che la giovane sia stata uccisa. Probabilmente si sa pure da chi: un delitto deciso in famiglia dai genitori, uno zio (forse l'uomo che l'ha ammazzata materialmente) e due cugini. Tutti indagati per concorso in omicidio. Tutti latitanti. Eccetto Ikram Ijaz, catturato perché forse anello debole della catena familiare. Ognuno con un ruolo preciso, amalgamato dal proposito criminale di punire una ragazza, «rea» di essersi ribellata al matrimonio combinato di «tradizione» pakistana, frutto marcio dell'albero innestato col fanatismo islamico. Saman aveva inoltre l'«aggravante» di voler vivere all'Occidentale, troppo per un padre e una madre che non potevano accettare la «vergogna» di una figlia in jeans e rossetto. E infatti quando Shabbar Abbas comunica alla moglie l'intenzione di «risolvere il problema», lei, acconsente: «Ormai non si può fare altro». Ma eliminare il sangue del proprio sangue è cosa «complessa» anche per dei genitori come quelli di Saman, e allora ecco l'idea di ricorrere all'aiuto di un parente «pratico di certe cose»: lo zio Danish Asnain. È quest'ultimo - secondo la testimonianza del fratello di Saman - a strangolare la nipote, con la collaborazione di altri due nipoti. Sarebbero loro i tre individui immortalati dalla telecamera di sicurezza di un'azienda agricola dirigersi verso il luogo del presunto seppellimento del cadavere; nei frame del video si vede il terzetto procedere con passo spedito, ognuno con un oggetto in mano: una vanga, un piccone, un secchio pieno di sacchetti di plastica. Attorno a quell'area di campagna i carabinieri hanno nelle ultime 24 ore concentrato le ricerche del corpo.

Terribile la frase-choc pronunciata da uno dei familiari-killer: «Abbiamo fatto un buon lavoro». Per gli investigatori - il «buon lavoro» - è consistito nel preparare la fossa dove il cadavere di Saman (forse sezionato a pezzi) è stato smaltito. Come un rifiuto.

Ikram Ijaz, chiuso nel carcere di Reggio Emilia, è pronto a confessare. Forse.