No. No al Ponte e pure alla Tav. E poi no, ancora no, alla separazione delle carriere. Flash di regressione. Il Pd torna sui suoi passi e tradisce la vocazione riformista e programmatica che solo pochi anni fa sembrava dominante.
Ora siamo nell'era Schlein e il partito vira verso posizioni radicali mentre dimentica di aver avuto nel passato, anche sul versante della giustizia, un atteggiamento meno appiattito sulle posizioni del partito dei pm e dell'Anm.
Dunque opposizione dura all'attuale maggioranza, con una spruzzata di giustizialismo e garantismo.
Elly Schlein va a Niscemi, dove le case penzolano nel vuoto. E rilancia: "Ci sono 2 miliardi di danni, chiediamo che venga immediatamente dirottato un miliardo che era stato messo sul Ponte e che comunque non potrà essere speso per il blocco imposto dalla Corte dei Conti".
Certo, è vero che la magistratura contabile ha rallentato la corsa dell'infrastruttura, ma la filosofia di fondo è nitida: il Ponte è nella migliore delle ipotesi fonte di sprechi, se non di ruberie e in ogni caso non è la priorità. Affiora una mentalità che sembra mutuata dal mondo dei 5 Stelle e dall'incrocio fra diverse loro ossessioni: il no assoluto agli interventi sul territorio, letti sempre come un sopruso sulla natura e sui suoi equilibri; poi l'idea della decrescita felice e un certo pregiudizio che dietro le grandi opere intravede sempre maneggi e affari opachi.
Come è lontana la sensibilità di un Pierluigi Bersani che da Presidente della regione rossa per eccellenza, l'Emilia Romagna, sottolineava l'importanza della Variante di Valico, fra Bologna e Firenze, e poi si batteva perché il Parlamento si pronunciasse sull'importanza strategica delle grandi opere per il Paese.
Da Niscemi si corre a Rivoli, in Piemonte, dove ormai da troppo tempo si discute sull'utilità dell'Alta velocità Torino-Lione. Il Movimento No Tav, palestra del grillini più barricaderi, è in crisi ma il Pd si volta all'indietro e corre verso il passato. La giunta, guidata dal sindaco Alessandro Errigo, appunto del Pd, approva una delibera con cui si istituisce un Comitato tecnico chiamato a dire la sua sulla nuova ferrovia che prima o poi dovrebbe passare da quelle parti. È curioso che il Comune non si sia rivolto all'Osservatorio ma abbia deciso, dopo decenni di dibattiti, marce e pure scontri, di studiare in solitudine un'opera che mette insieme Italia, Francia, Europa e tanti altri soggetti, ma è ancora più allarmante leggere i nomi degli esperti che riempiranno questo Comitato. Nessuno mette in discussione le loro competenze ma si tratta di tecnici schierati, tutti o quasi, a favore del no. Così si isola il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, da sempre convinto si Tav: "L'Alta velocità - queste le sue parole - non è in discussione perché strategica per il territorio". In realtà, il Pd, almeno a livello locale ma non solo, sembra scegliere la linea più oltranzista, sposando le posizioni estremiste che in Italia, e non solo in Val di Susa, hanno bloccato lo sviluppo in nome dell'ambiente e non solo.
Il tutto mentre i giornali raccontano che i sindaci della zona, tutti a trazione Pd, non ne vogliono sapere della bretella Orbassano-Avigliana, una delle opere a corredo della Tav. Uno sbarramento che provoca l'ira di Daniela Ruffino, deputata e segretaria regionale di Azione che chiede al Pd di uscire dall'ambiguità: "Bisogna decidere da che parte stare".
Il Pd però sembra aver deciso di stare dall'altra parte. Con un sonoro bye bye ai riformisti, sempre più a disagio. Come sulla giustizia, in vista del referendum di marzo.
Per il partito la riforma indebolisce il sistema giudiziario, anche se in realtà allinea la Costituzione al codice di procedura penale introdotto nel 1989 e al processo alla Perry Mason. Non importa: la sinistra si sposta ancora più in là.