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La Danimarca alza il muro. "Groenlandia non in vendita". Minaccia embargo su Madrid

Frederiksen replica al tycoon. Sánchez abbassa i toni: "I rapporti restano positivi"

La Danimarca alza il muro. "Groenlandia non in vendita". Minaccia embargo su Madrid
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Se la speranza dei leader giunti ad Ankara era che il vertice Nato ribadisse la solidità dell'Alleanza Atlantica, superando gli attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ai partner europei, così non è stato.

Il tycoon non ha risparmiato nessuno. Ma le critiche non hanno riguardato solo il mancato appoggio dei Paesi europei alla guerra contro l'Iran. Anzi, l'inquilino della Casa Bianca ha rilanciato le mire "a stelle e strisce" sulla Groenlandia. Per Trump l'isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, "è molto importante per gli Stati Uniti", in particolare per il controllo delle strategiche rotte polari e dei ricchi giacimenti di terre rare. Come ultimo attacco, ha aggiunto che al termine della Seconda Guerra Mondiale "non avremmo dovuto restituirla" a Copenaghen. Gli Stati Uniti avevano infatti occupato temporaneamente l'isola nel 1940 quando la Danimarca fu invasa dalla Germania nazista per poi renderla nel 1945.

"La nostra posizione è molto chiara: la Groenlandia non è in vendita. Ci aspettiamo che si rispetti il diritto dei groenlandesi all'autodeterminazione, la nostra integrità territoriale, la nostra sovranità" è stata la replica del primo ministro danese Mette Frederiksen. L'isola gode infatti dal 2008 di ampie autonomie e di un proprio autogoverno. Le mire di Washington, sempre vive ma alimentate da nuovo vigore grazie a Trump, hanno compattato la popolazione locale in difesa della propria sovranità e, quale effetto secondario, rallentato le spinte indipendentiste dell'isola.

Alla domanda se la Danimarca sia pronta a proteggere militarmente la Groenlandia, Frederiksen ha risposto che "siamo pronti a difendere ogni centimetro della Nato, incluso il nostro territorio".

Ma gli attacchi più duri di Trump hanno avuto un altro bersaglio: il premier spagnolo Pedro Sánchez. L'inquilino della Moncloa è in rotta con la Casa Bianca da mesi: prima con la condanna senza ambiguità della guerra di Israele a Gaza e il sostegno americano a Tel Aviv, poi con la denuncia degli attacchi all'Iran rifiutando l'utilizzo delle basi americane in Spagna e il sorvolo del proprio spazio aereo a velivoli Usa impiegati nei raid contro Teheran.

"La Spagna è un partner terribile nella Nato. Non partecipano. Non pagano. Non voglio avere nulla a che fare con la Spagna" ha tuonato Trump fino alla minaccia finale di "interrompere ogni commercio, incluse le visite. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro". Anzi, secondo il Wall Street Journal il Dipartimento del Tesoro starebbe preparando una lista di prodotti spagnoli da mettere sotto embargo.

Sánchez ha scelto un approccio più diplomatico, evitando lo scontro diretto. "Quando ci si allontana un po' da questo tipo di dichiarazioni, si vede che le relazioni tra gli Stati Uniti e la Spagna, dal punto di vista sociale, culturale, economico e politico, sono molto positive" ha dichiarato al termine del vertice, aggiungendo di aver avuto un colloquio informale con il tycoon in cui "non c'è stata alcuna tensione, solo buone parole e amabilità".

Il segretario della Nato Mark Rutte ha plaudito all'esito del vertice affermando che il presidente Trump "sta trasformando questa

alleanza e la sta rendendo più forte". Ha invece minimizzato le tensioni tra alleati: "le famiglie in cui a volte si litiga un po' sono molto più forti. Mi piace quando a volte fra amici si litiga un po' perché rende più forti"

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