
Una giungla digitale dove tutto sembra possibile, senza regole, con immagini sottratte a donne spesso ignare e contenuti misogeni e violenti. Ognuno di noi, potenzialmente, potrebbe trovare le proprie immagini in uno dei siti sessisti che popolano la rete e che diffondono foto rubate per darle in pasto a commentatori volgari e talvolta aggressivi, che spesso agiscono nell'anonimato. È la faccia oscura del web. Il gruppo Facebook Mia Moglie e Phica.eu hanno chiuso, ma on line ce ne sono tanti altri. Un fenomeno dalle dimensioni insospettabili, sui cui sta lavorando la Postale e che ha scosso la politica. Cerchiamo di capire cosa possiamo fare per difenderci con il vicequestore aggiunto della polizia di Stato, Giancarlo Gennaro, dirigente della Postale.
1. Siamo tutte potenziali vittime di questo fenomeno. Come scoprirlo?
Nella maggior parte dei casi le vittime nemmeno immaginano l'esistenza di propri scatti in rete. Per capirlo ci sono dei software che fanno l'analisi del volto, ma di fatto è piuttosto complicato. Bisogna fare attenzione a condividere le foto con persone fidate, ma ogni volta che ci espone alla rete è facile perderne il controllo. Serve consapevolezza nel diffonderle e cercare di avere delle policy sugli account particolarmente ristrette, non avere la visibilità aperta dei contenuti pubblicati anche a chi non è tra gli amici.
2. Le segnalazioni sono importanti?
È fondamentale segnalare qualsiasi contenuto che si sospetta essere illecito al commissariato di Ps on line. Anche se la segnalazione non basta, perché per procedere serve la querela della persone offesa, ci permette di capire se un fenomeno sta diventando virale e se c'è una situazione di rischio sui contenuti pubblicati su una determinata pagina.
3. Cosa rischiano gli utenti di queste piattaforme?
Chi condivide le foto con contenuto sessuale, scattate o carpite senza consenso, incorre nell'articolo 612 ter (il reato di revenge porn, ndr) e rischia una sanzione penale da 1 a 6 anni. Poi c'è la diffamazione o reati di istigazione a delinquere nel caso in cui chi commenta induce gli altri a commettere reati come la violenza sessuale. Sono reati a querela della persona offesa, quindi serve raccogliere tutti gli elementi e denunciare. Quando sono prese di mira cariche istituzionali si può configurare il vilipendio di organi e personalità dello Stato.
4. E gli amministratori dei portali?
I reati sono gli stessi con l'aggravante prevista per chi usa lo strumento informatico per diffondere i contenuti, anche se non è sempre facile individuare le responsabilità oggettive delle piattaforme.
5. Gli strumenti sanzionatori a disposizione sono adeguati?
Non ci sono vuoti nella normativa, il problema è capire dal punto di vista investigativo quando è possibile arrivare all'identificazione delle persone che caricano questo tipo di foto perché spesso e volentieri, sapendo di commettere reati, si dotano di sistemi di anonimizzazione.
6. Come viene individuato chi commenta in modo offensivo?
Cerchiamo di identificare gli utenti utilizzando una Vpn, una procedura talvolta complessa. Non per forza l'Ip che ci viene dato dalle piattaforme con un provvedimento dell'autorità giudiziaria ci aiuta a dare un nome alle persone che operano dietro nick name, perché spesso ci sono altre complessità che superiamo in altri modi.
7. È un problema il fatto che spesso le piattaforme hanno sede all'estero?
A volte sì. Phica.eu per esempio è allocata su un provider straniero, dunque non è detto che per forza risponda alle richieste delle forza di polizia perché fa riferimento a un sistema giudiziario diverso.
A volte è necessario ricorrere a rogatorie. La strada è dunque più complessa, ma si procede lo stesso. A meno che non si tratti di siti non collaborativi in Stati che non hanno rapporti di collaborazione con l'Italia.PaTa