Draghi prova a fermare il caos. Vertice per "riprendere" la Libia

Il presidente del Consiglio ha incontrato Abdul Hamid Dbeibah. L'Italia è al fianco della Libia, ribadisce Draghi, ma serve un'azione europea. E soprattutto controllare il flusso di migranti dall'Africa centrale

Draghi prova a fermare il caos. Vertice per "riprendere" la Libia

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha ricevuto l'omologo libico, Abdul Hamid Dbeibah a Palazzo Chigi. Un incontro che arriva in un momento estremamente importante sul fronte migratorio: gli sbarchi sono tornati un tema centrale nell'agenda dell'esecutivo italiano, ed è chiaro che la Libia rappresenta uno snodo fondamentale sia come Paese di partenza che di passaggio per la rotta che dal centro dell'Africa porta verso l'Italia.

Per Draghi si tratta del secondo incontro con Dbeibah. Il presidente del Consiglio aveva avuto modo di vedere il capo del Governo di unità nazionale in Libia durante la sua prima visita all'estero in qualità di premier. Una scelta che dimostrò la continuità tra questo governo e gli altri esecutivi che lo avevano preceduto, tutti focalizzati (pur con differenza notevoli) nella questione libica e in quella guerra che sconvolge il Paese nordafricano da ormai dieci anni. E adesso che sembra esserci una prima vera fase di transizione tra le parti in conflitto, la difficoltà è soprattutto quella di evitare che altri Paesi prendano il sopravvento sul futuro della Libia e che l'Italia, "espulsa" dal Paese con lo scoppio della guerra, possa avere un ruolo primario nella fine del conflitto e nella fondamentale ricostruzione.

La partita è molto complicata. Draghi, quando è sbarcato a Tripoli, ha potuto constatare che il ruolo dell'Italia in Libia era stato ridotto a causa di errori strategici di chi lo aveva preceduto, ma anche a casa di una serie di clamorosi errori di calcolo compiuti dall'Europa. Oggi la Libia è un Paese non solo diviso, ma anche dove le forze esterne all'Ue hanno dimostrato di saper penetrare in modo deciso e senza troppe remore. E se in Cirenaica sono Russia (con i mercenari di Wagner), Egitto ed Emirati ad aver preso le redini della regione, in Tripolitania, accanto all'Italia, sono soprattutto Turchia e Qatar ad aver ottenuto il controllo di larga parte delle forze collegate al Governo di unità nazionale. Una condizione che chiaramente si ripercuote sul fronte energetico e su quello migratorio: i punti più bollenti all'ordine del giorno dei rapporti tra Italia e Libia.

Draghi ha tenuto a ribadire la vicinanza dell'Italia in questa "transizione complessa" mettendo soprattutto in chiaro che sul tema migranti il discorso è stato a "360 gradi". Questo, cercando di escludere le formule di rito, indica che oltre al problema del rispetto dei diritti umani si è discusso anche di frontiere meridionali (come confermato dallo stesso premier), quindi quelle che collegano la Libia all'Africa centrale e al Sahel, e evidentemente anche di come sradicare i trafficanti di esseri umani. Il sostengo alla ricostruzione è indubbiamente un tassello fondamentale, dal momento che solo un Paese ricostruito e con lavoro può permettere di evitare la catastrofe umanitaria, ridurre la povertà dilagante e quindi guerra e partenza verso l'Europa attraverso il Mediterraneo. Ma Draghi, richiedendo nuovamente che sia tutta l'Europa ad agire, ha fatto capire che Roma da sola non può risolvere il problema. Ed è un problema ribadito anche in altre sedi soprattutto durante gli incontri con Emmanuel Macron. Soprattutto perché il convitato di pietra, Recep Tayyip Erdogan, ha già il controllo di alcuni settori fondamentali del Paese e può "istruire" il governo sulla possibilità di accordarsi con l'Europa sul modello di quanto fatto in Turchia con i rifugiati siriani. E la richiesta di Draghi di un ritiro di tutti i mercenari stranieri nel Paese ha evidentemente anche il leader turco tra i destinatari.

Una prospettiva ancora più pericolosa se si pensa al caos che sta accadendo in tutta la fascia del Sahel e in cui sono coinvolte sia la Francia che la stessa Turchia. Niger, Ciad e Mali sono polveriere da cui la tratta di esseri umani continua a ingrossarsi: e quando Draghi ha parlato di frontiere meridionali il riferimento è inevitabilmente a tutto quel lavoro di intelligence e militare che anche l'Italia è chiamata a fare tra il Fezzan e le aree dove sono pronti i nostri uomini di Task Force Takuba. Dbeibah, parlando con Draghi, è stato molto chiaro: "Il problema dell'immigrazione non si risolve solo nell'area del Mediterraneo ma va affrontato andando alle radici. Non è una responsabilità solo italiana, libica o maltese ma comune". Anche a Tripoli quindi il problema è molto chiaro: la questione non riguarda solo la Libia.

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