E se l'ossessione woke avesse innestato la retromarcia? I segnali, da una parte e dall'altra dell'oceano, ci sono tutti. Bisogna solo prenderne atto, con la consapevolezza che la dittatura del moralismo politicamente corretto è, al netto di tutte le sovrastrutture ideologiche, una moda. E come tutte le mode non scompare mai, sparisce per poi ricomparire, leggermente aggiornata ma drammaticamente simile a se stessa, come un'anziana signora con qualche filler di troppo. Sono tornati pure i crop top e i pantaloni baggy, che già negli anni Novanta erano brutte idee, figuriamoci se non riemergeranno anche le pessime idee. Nel frattempo godiamoci lo spettacolo. Perché, ora, non si può non vedere una battuta di arresto: ne prendano atto i vessilliferi della religione woke e pure la loro controparte, cioè coloro i quali vivono nell'ossessione dell'ossessione. Non siamo certo meteorologi: ma se non è cambiato il vento, almeno qualche nuvola ha ottenebrato gli abbaglianti raggi del sol dell'avvenire.
RETROMARCIA "DEI"
Partiamo da dove tutto è cominciato. Cioè dagli Stati Uniti, grande incubatore di libertà, ma anche generatore indefesso di fisime politicamente corrette. Ed è proprio lì che, in un modo o nell'altro, sono nati gli anticorpi. Dopo il picco di inizio anni Venti, molte grandi aziende hanno ridotto o ristrutturato i cosiddetti programmi DEI (Diversity, Equity, Inclusion). Giusto un paio di numeri: l'utilizzo del sopraccitato acronimo nei report annuali delle società S&P 500 è calato del 68% rispetto al 2024. Il 21% delle aziende ha ridotto o eliminato metriche e target legati alla DEI. Non solo, grandi compagnie come Meta, Walmart, Ford, Lowe's, Target, IBM, McDonald's, Amazon e Google hanno cancellato o ridimensionato programmi di supplier diversity basati su razza/genere, legami tra compensi executive e obiettivi di diversità, optando per una più tradizionale e neutra meritocrazia.
EFFETTO TRUMP
Certo, c'è anche lo zampino, anzi lo zampone, di Donald Trump e dei suoi ordini esecutivi del 20 e 21 gennaio 2025, che hanno smantellato l'obbligo delle politiche inclusive per le aziende. Ma c'è molto di più. C'è un eccesso di offerta (obbligata) che ha portato a una totale saturazione, ottenendo l'effetto opposto di quello che si era desiderato inizialmente: le sedicenti politiche inclusive non sono più attraenti, moderne e progressiste, ma hanno assunto le sembianze inquietanti di strumenti di repressione, oscurantisti ed escludenti. Il circolo DEI è diventato un privè snob e un po' razzista. Ed è iniziata la fuga di massa dall'arroganza dell'élite radical.
PRIDE (AND PREJUDICE)
Una dinamica simile ha toccato le economie dei Pride. E, anche in questo, partendo dal presupposto di una causa sacrosanta, si è sviluppata un'ideologia intrusiva e a tratti dalle velleità assolutiste, che ha finito per inimicarsi i cittadini e, di conseguenza, far innestare la retromarcia alle multinazionali. Perché i cittadini sono anche consumatori e se il "prodotto" Pride da volano diviene zavorra, i manager tagliano gli investimenti. Secondo le stime di Survey Gravity Research (2025) il 39% delle aziende nord americane ha ridotto le iniziative esterne legate al Pride (sponsorizzazioni di eventi, merchandising, campagne social), contro solo il 9% dell'anno precedente. Quindi dopo il picco del 2015-2022 è iniziato il ritiro e, questa volta, The Donald c'entra poco, dato che avrebbe traslocato a Washington solo tre anni dopo.
ATENEI RINSAVITI
La cartina di tornasole sono le università americane, dove l'ossessione woke ha avuto luogo. Solo per citare alcuni esempi: Harvard ha stabilito nel maggio 2024 che l'ateneo e i suoi dirigenti non dovevano più prendere posizione su guerre, elezioni e controversie sociali estranee alla missione accademica. Stanford ha scelto una linea analoga: i docenti devono evitare di prendere posizioni ufficiali su questioni politiche e sociali, salvo che incidano direttamente sull'attività dell'ateneo. Diversi campus stanno investendo in programmi di civil discourse: corsi, dibattiti e incontri nei quali vengono invitati interlocutori in disaccordo tra loro. L'idea non è più proteggere lo studente dalle opinioni urticanti, ma insegnargli a discuterle. E le nuove parole d'ordine sono pluralismo, merito e neutralità.
"GO WOKE, GO BROKE"
Oltre i macro movimenti dello smottamento della galassia woke, ci sono poi gli epifenomeni e i suoi cascami pop. Il tutto è riassunto da un mantra che circola sul web: "Go woke, go broke". In poche parole: le aziende che investono soldi su politiche progressiste aggressive, perdono un sacco di profitti. Per capire come gira il fumo, ancora una volta, bisogna seguire il denaro. Podcast (vedi il successo di Joe Rogan), grandi produzioni cinematografiche hollywoodiane e musicali stanno modificando la rotta. E il cambiamento non è guidato da Trump, ma dal mercato. Dal botteghino. Da Disney a Marvel, passando per Paramount, è iniziato un lento ritorno ai valori tradizionali. E sui social impazza uno spontaneismo digitale che punta tutto su umorismo politicamente scorretto, il concetto di "sigma male" (traducibile più o meno come maschio indipendente), autodisciplina, meritocrazia e libertà individuali. Nel frattempo, il video della cestista americana Sophie Cunningham che punto l'indice contro il woke ha fatto, contate male, qualche centinaia di milioni di visualizzazioni, divenendo un momento iconico e di riscatto generazionale. Un gesto silenzioso che ha creato un fragore mediatico globale.
L'EUROPA POST-SBORNIA
Anche in Europa la direzione è la medesima. Non solo dal punto di vista commerciale. I Verdi tedeschi hanno firmato un documento per la rivalutazione del maschio, dopo anni di femminismo estremo, nel tentativo dichiarato di non lasciarlo all'estrema destra. La Danimarca socialdemocratica ha le politiche migratorie più restrittive d'Europa e investe sul "paradigma di ritorno", qualcosa che somiglia molto alla remigrazione La Svezia ha dichiarato fallito il precedente modello multiculturale; Finlandia e Norvegia adesso puntano solo su immigrazione qualificata. Quello che succede alle sinistre in Francia e Spagna - tra emorragie di voti e inchieste - è cronaca di tutti i giorni.
SCORRETTISSIMA ITALIA
E in Italia? L'insofferenza nei confronti della cultura politicamente corretta è sempre più evidente. Basti pensare al trend crescente dei contenuti identitari e di comicità scorretta su Instagram, Tik Tok e YouTube specialmente da parte di giovani e giovanissimi e la riproposizione di stralci di vecchi film giudicati oggi impubblicabili. E poi, ancora, il successo delle stand up comedy ispirate, con più o meno fortuna, al filone di Ricky Gervais, Dave Chappelle e Bill Burr. I numeri plebiscitari di un programma radio come La Zanzara, che raccoglie 400mila ascoltatori al giorno ed è il primo podcast italiano ad aver superato i 50 milioni di streaming su Spotify e, da ultima, la vittoria di Michele Mari al premio Strega, nonostante le frasi su Michela Murgia messe alla gogna dalla "polizia morale". Piccoli tasselli di un grande puzzle. Siamo a un passo dall'egemonia culturale del politicamente scorretto, secondo alcuni.
Oppure, più semplicemente, siamo al ritorno di una sana pluralità. Al di là dei pregiudizi che volevano inchiodare le coscienze e cancellare secoli interi di cultura. Ma la tentazione woke, rimane sempre dietro l'angolo. Mai abbassare la guardia.
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