«Dateli a noi». Ci sono almeno 12 Paesi extra Ue pronti a ospitare fuori dal territorio dell'Europa a 27 i return hubs - ovvero i centri di identificazione e rimpatrio - per alleggerire la pressione migratoria sul Vecchio Continente. Si tratta di Paesi africani come Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda ed Etiopia, mentre sul versante orientale dell'Europa ci sono Uzbekistan, Armenia e Montenegro. Tra i loro potenziali clienti c'è la Germania ma anche la Grecia, l'Austria, la Danimarca e l'Olanda, che peraltro avrebbe già un'intesa di massima proprio con l'Uganda per firmare un protocollo simile a quello che l'Italia ha siglato nel 2023 con l'Albania e che persino la Corte Ue ha in qualche modo sdoganato come ipotesi «purché si rispettino i diritti umani». A corteggiare Berlino, Atene e Copenhagen ci sarebbero anche Cipro, che insieme ad altri due Paesi dei Balcani pronti a entrare nella Ue (Serbia e Bosnia) offre garanzie di affidabilità e stabilità.
La logica dei return hubs nei cosiddetti «Paesi terzi sicuri» che la Ue introdurrà definitivamente con il nuovo Piano migrazione e asilo a partire dal prossimo giugno è di pura deterrenza: se il migrante che presenta una domanda d'asilo strumentale sa che prima di toccare la sponda dell'Italia o della Spagna deve «passare» da un Paese terzo magari ci pensa due volte o cerca altre strade. «È un modello che altri Paesi vogliono copiare, l'obiettivo finale sono i centri in Africa», ci aveva detto la responsabile Immigrazione di Fdi Sara Kelany di ritorno da Gjader.
Come sappiamo anche l'Egitto ormai è stato considerato un Paese «sicuro» e stabile, pur permanendo in alcune zone diverse criticità. Qualche anno fa era stata la Turchia ad allettare la Germania offrendosi come «scudo» all'immigrazione dei siriani verso l'Europa, in cambio di circa 4 miliardi, ma le condizioni in cui erano costretti quei disperati che scappavano da una guerra vera ha costretto la Ue a una riflessione più seria.
Così si è arrivati alla procedura accelerata per la domanda d'asilo, un meccanismo semplice che consentirà a regime di ridurre al minimo la permanenza dei richiedenti prima di farli entrare in Europa o rimandarli a casa, dando spazio e risorse a chi il diritto d'asilo lo merita davvero. Il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha definito l'intesa italo-albanese una «soluzione innovativa», anche perché ha imparato la lezione inglese. Quando nel 2023 i laburisti firmarono l'accordo sui rimpatri con il Rwanda a cifre molto più alte di quelle dell'Italia (in media 1,8 milioni a testa) quei trasferimenti somigliavano più a delle deportazioni, il Paese dell'Africa centrale dilaniato dalla guerra dei primi anni Novanta - che ancora oggi si è offerto ad altri Paesi Ue - non è stato considerato così affidabile sui diritti umani dei clandestini reclusi in attesa di rimpatrio, anche se secondo l'Ong ActionAid anche a Gjader ci sarebbero diverse compressioni del diritto alla difesa. Nei giorni scorsi però Londra è stata costretta a pagare una multa che oscilla tra i 50 e i 100 milioni di euro per non aver onorato l'accordo.
Tra i più attivi c'è anche la Spagna, che con Marocco e Mauritania sta da tempo lavorando fianco a fianco con accordi bilaterali per il contenimento dell'offensiva migratoria. Ufficialmente il premier Pedro Sànchez e il suo esecutivo di centrosinistra vedono i return hubs come una soluzione solo apparentemente miracolosa, in queste settimane Madrid ha sostanzialmente regolarizzato 500mila migranti senza documenti, anche perché almeno il 15% della sua forza lavoro - grazie alla quale il Paese sta cercando di uscire dalla recessione - è straniera, prevalentemente di origine sudamericana (Colombia, Venezuela ed Ecuador). La polizia spagnola proprio in Marocco e Mauritania (che condividono delle ambizioni sul Sahara Occidentale, conteso dall'Algeria filo francese) è stata al centro di diverse critiche per i maltrattamenti a cui sarebbero stati sottoposti i mauritani che cercavano di raggiungere le vicine Canarie, diversi video delle solite Ong pro migranti avrebbero filmato gli abusi sugli irregolari da parte dei circa 200 agenti a guardia dei confini.
Non è un caso che gli sbarchi siano calati del 60%. Ma proprio la Mauritania si sarebbe offerta alla Spagna per incassare altri fondi oltre ai 210 milioni già stanziati negli ultimi anni. E Sànchez ci starebbe pensando seriamente.