La guerra costa. Ma produce solo perdite. A spiegarlo a Vladimir Putin ci ha pensato il ministro delle Finanze Anton Siluanov autore, a metà maggio, di un rapporto in cui si analizzano i buchi di un bilancio federale in cui i 213 miliardi di euro (17mila 600 miliardi di rubli) di spese superano di gran lunga i 141 miliardi (11mila700 miliardi di rubli) di entrate. Una differenza che fin qui nessuno osava mettere nero su bianco. Anche perché lo scorso autunno a Putin era stata presentata una relazione in cui si garantiva la tenuta dell'economia per almeno due anni, nonostante i costi bellici.
La previsione sorvolava su alcuni dettagli fondamentali. Il primo era la caduta dei prezzi del greggio risaliti solo con lo scoppio della guerra in Iran. L'altro era l'intensificazione delle sanzioni indirette Usa e il conseguente ridimensionamento degli acquisti di petrolio e gas russi sui mercati turchi, indiani e cinesi. Senza contare l'inaffidabilità dell'"alleato" di Pechino poco disponibile ad incrementare le quote di gas e petrolio acquistate sul mercato russo. Ma nelle previsioni presentate a Putin mancavano anche i buchi neri di bilancio, ovvero quei rivoli miliardari che nell'era del ministro della Difesa Sergej Shoigu e del suo vice Pavel Popov svanivano nel fiume incontrollato della corruzione. La condanna di Popov a 19 anni di galera, il trasferimento di Sergei Shoigu alla Segreteria del Consiglio di Sicurezza e le successive epurazioni non son bastate a tappare le falle della Difesa. Falle insopportabili in tempo di crisi. E tutto questo mentre i fondi europei utilizzati per l'acquisto sul mercato americano di sistemi di puntamento per missili e droni ad alta tecnologia garantiscono agli ucraini un doppio risultato.
Da una parte, come testimonia l'incursione sulla raffineria di San Pietroburgo, colpiscono in profondità il gigante russo. Dall'altra paralizzano il fronte trasformandolo in un zona grigia profonda dai 25 ai 30 chilometri in cui nessun mezzo e nessuna unità è in grado di avanzare. In tutto questo Putin fa i conti con il malcontento di una parte dell'opinione pubblica e di settori delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Un malcontento che - a differenza di quanto si pensa in Europa - non auspica la fine alla guerra, ma bensì l'impegno a combatterla con maggior determinazione e l'impiego di ogni arma a disposizione. D'altra parte la fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk, controllato oggi all'85% , e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perchè gli impedirebbe di venir ricordato come il Presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Ma non solo. Una vittoria mutilata lo costringerebbe a far i conti con il malcontento di 700mila volontari del fronte ucraino che guadagnano oggi circa 2400 euro al mese, ma tornerebbero a incassare meno della metà senza aver raggiunto il successo auspicato.
Tutte queste ragioni spingono Putin a rilanciare quegli accordi di Anchorage con Donald Trump che prevedevano l'annessione in toto di Donetsk e Lugansk, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con gli Usa. Con un elemento in più. A mettere il silenziatore su quelle intese contribuì, la scorsa estate, la contrarietà dei paesi europei. Che il Cremlino non esitò a definire i peggiori nemici.
Ora però qualcosa è cambiato anche su quel fronte. Non a caso il Presidente russo non esclude una mediazione gestita proprio in ambito Ue. Anche perché con la crisi del Golfo il petrolio russo è ridiventato una tentazione assai concreta. Soprattutto in Europa.