È un G7 che torna ad essere foro di dialogo costruttivo, quello di Évian, in Francia. Che al secondo giorno di lavori offre un certificato di solidità occidentale che pareva perduta. Non solo tra le sette grandi economie del mondo, che da sole valgono il 44% del Pil globale. Ma con formati multilaterali a latere con i leader di Ucraina, Qatar, Emirati Arabi, e partner come Brasile, Corea del Sud, Egitto, India e Kenya con cui coordinare strategie sanitarie anti-Ebola. Opzione allargata, cavalcata dal padrone di casa Macron, resa performante da una ritrovata e forse inattesa comunione d'intenti mostrata subito dai big.
Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone di nuovo sulla stessa linea valoriale; non più col tycoon contro tutti con voglia di dividere i partner per dominare. Ma con spirito di dialogo di chi sa di aver bisogno di alleati non solo in Medioriente. Dagli sfottò rivolti a Macron di poche settimane fa a un Trump in campo con strette di mano; al fianco dell'Europa e viceversa. Con la premier Takaichi a rappresentare un binocolo sull'Asia e sulle sfide economiche sulle quali riflettere e rispondere puntando ad affrancarsi dal monopolio della Cina sui minerali critici con la creazione di un organismo congiunto per creare riserve strategiche e con al tavolo pure le due figure politiche dell'architettura Ue, Von der Leyen e Costa, a circostanziare la vitalità di un progetto europeo da efficientare sia agli occhi di un alleato americano la cui presenza era in forse solo fino a poche settimane fa sia chiamato a dar prova di progressione diplomatica verso un "ex partecipante", Putin, che ventitré anni fa, a Évian, con i grandi sedeva.
Ed è proprio con l'Ucraina, e con Zelensky al tavolo dei big, che ieri questo G7 iniziato col sostegno unanime al memorandum Usa-Iran ha dato prova di vigore politico e strategico comune. Le polarizzazioni dei mesi scorsi tra Usa ed Europa sono sembrate un ricordo da relegare a battute a margine. La tenuta dell'Europa di fronte agli scossoni provocati dal primo anno di presidenza Trump II, dalla Groenlandia ai dazi fino alle interferenze nella politica degli Stati, ha superato le amarezze. Come la mancata chiamata del tycoon ai partner Ue per avvisarli degli attacchi in Iran o le aspettative che Washington ha considerato tradite di sostegno alla guerra. In un summit in cui Merz ha regalato al neo 80enne una maglia della nazionale tedesca, e dove Meloni se c'era ruggine ha chiarito con The Donald, ecco la ritrovata unità occidentale: 1) sul Medioriente, con mezzi europei per bonificare il transito di Hormuz, 2)con la sorprendente unanimità sul sostegno a Kiev anche da Washington. Trump è passato dall'ipotesi di boicottaggio del G7 a un trilaterale con Macron e Zelensky; da un poco incoraggiante "se la sbrighino da soli" quanto all'ipotesi di colloqui Mosca-Kiev, a schierarsi con la strategia punitiva dell'Ue e concordare sul potenziare le sanzioni inflitte a Mosca affinché Putin chiuda la guerra. Pronto a reintrodurre quelle sul petrolio russo dopo averne sospese alcune e perfino a valutare la richiesta di una licenza a Kiev per produrre missili a lungo raggio Patriot. Messaggi consonanti che dischiudono l'idea di Stati Uniti al tavolo dei negoziati assieme all'Ue.
Dalle minacce di tassare del 100% i vini come ritorsione per la digital tax a condividere un "appuntamento" con Macron a Versailles, si torna almeno a coltivare il tatto, se non l'ascolto attivo. Con l'auspicio di esercitare un ruolo di leadership.