Ah, i bei tempi andati dei centri sociali, dei cortei, il posto di lavoro non si tocca. Vita passata, per Ilaria Salis, ex antagonista ed ex detenuta, approdata sui confortevoli scranni del Parlamento Europeo. Il posto di lavoro adesso si può toccare: quello di due giovani collaboratori della Salis, Valentina Dadda e Francois Gelmetti, portati dalla parlamentare a lavorare con lei a Strasburgo. Dovevano restare con lei fino alla fine del suo mandato, nel lontano 2029. Sono stati licenziati in tronco dalla loro capa, senza nemmeno il preavviso, con due lettere ribollenti di accuse. Ma l’immunità parlamentare, che ha salvato la Salis dall’estradizione in Ungheria, non si traduce in impunità. Il codice civile e le leggi sul lavoro valgono anche per la padrona Salis. Così la Dadda e Gelmetti si sono rivolti al giudice del lavoro. La deputata non ha ritenuto, nemmeno per rispetto verso la magistratura, di presentarsi in udienza. Ed è arrivata la stangata: la sentenza dichiara l’illegittimità del recesso, ovvero del licenziamento, e condanna la Salis al pagamento di 147.900 euro alla Dadda e di 153mila euro a Gelmetti.
La sentenza risale a quattro mesi fa, e finora la Salis aveva confidato che la faccenda passasse sotto silenzio. Ma ieri uno scoop dell’agenzia Adnkronos scoperchia la vicenda. Storia che si inserisce nel solco di un rapporto complicato tra la maestrina milanese e gli assistenti cui ha diritto in quanto membro del Parlamento. In primavera era saltata fuori la storia di Ivan Bonnin, uno dei componenti dello staff di Ilaria, che viene identificato dalla polizia nella stessa stanza d’albergo in cui dorme anche la deputata. Qualcuno ne deduce che tra i due ci sia più di un rapporto di lavoro, e questo contrasterebbe con le norme di Strasburgo che vietano di assumere parenti e fidanzati. Ma la Salis nega, non è il mio fidanzato, lo ospitavo soltanto. Il nome di Bonnin è ancora sul sito istituzionale. Da cui è sparito invece quello di Mattia Tombolini, legato ad ambienti ultras della Capitale.
E spariti ora anche quelli della Dadda e di Gelmetti.
Nella lettera del 17 febbraio 2025 con cui cacciava la Dadda, Ilaria Salis sosteneva il venire meno del rapporto fiduciario “essendo emersi progressivamente, fino a diventare assolutamente ostativi, oggettivi motivi di idoneità professionale. Alla giovane compagna, la Salis contestava una serie di colpe, tra cui la gestione del tutto inefficiente della casella di posta elettronica. Soprattutto la accusava di fare troppo di testa sua, evidente incomprensione del suo ruolo di mero collaboratore, è emersa una gestione autonoma di attività non concordate” . Più lapidaria la contestazione che porta alla cacciata di Gelmetti: tenuto conto della manifesta insoddisfazione già espressa riguardo ai contenuti della Sua collaborazione, nonchè degli inadeguati e non condivisibile contenuti del report richiestoLe a giustificazione e verifica di attività ritenuta insoddisfacente, Le comunico il recesso con effetto immediato determinato dal venir meno del rapporto fiduciario.
Al giudice milanese Franco Caroleo bastano quattro righe per dichiarare illegittimo il licenziamento: Spetta certamente alla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa. Tuttavia, la convenuta, nel rimanere contumace, non ha evidentemente assolto al proprio onere. Deve quindi affermarsi l’insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati.
