Firme false, M5S nei guai Trenta grillini nel mirino

I pm di Palermo hanno riaperto l'indagine dopo la denuncia delle Iene: avvisi di garanzia in arrivo

Firme false, M5S nei guai Trenta grillini nel mirino

Roma L'inchiesta della Procura di Palermo sulle firme irregolari si allarga a trenta esponenti dei Cinque stelle. I magistrati che hanno riaperto l'indagine dopo le denunce delle Iene tv, sarebbero pronti a far partire nuovi avvisi di garanzia e interrogatori.

L'accusa è di aver copiato almeno 50 firme su un nuovo modulo dopo essersi accorti che sull'originale c'erano errori formali che avrebbero potuto rendere nulle le firme e far naufragare la presentazione delle liste grilline alle elezioni comunali di Palermo del 2012. Una manipolazione messa in piedi nella sede palermitana del Movimento che rende il documento un falso.

Ma non c'è solo l'aspetto giudiziario di questa vicenda, pronta a diventare una nuova via crucis per il non- partito che grida «onestà, onestà». Il nodo politico, ancora una volta, sta non solo nell'atteggiamento doppiopesistico di chi non perdona nulla agli altri e assolve sistematicamente se stesso, ma anche nel modo in cui Grillo e seguaci affrontano le grane giudiziarie quando sono loro a restarci impigliati. Nelle ultime ore l'M5S ha deciso: per il caso di Palermo deve cadere qualche testa. Una deputata regionale dei 5 Stelle, Claudia La Rocca, dopo settimane di tentennamenti, si è presentata dai pm e ha ricostruito l'accaduto ammettendo il «pasticciaccio». Una «confessione» concordata con i vertici allo scopo di fare chiarezza su una storia che da settimane espone il Movimento alle critiche.

L'obiettivo è evidente: poter sbandierare che, a differenza degli altri partiti, nell'M5S chi sbaglia paga. I primi due nomi, tra quelli citati dalla deputata regionale sono quelli di Simona Buslacchi, aspirante candidata sindaco alle elezioni comunali di Palermo del 2017, e una persona che siede nel Parlamento nazionale, la deputata Claudia Mannino. Sarebbero due delle persone che hanno materialmente partecipato alla copiatura dei nomi, nella sede palermitana di via Sampolo, che ha generato il falso.

Troppo debole la difesa tentata dallo stesso Grillo, che proprio a Palermo aveva voluto tenere «Italia a 5 Stelle», un grande raduno nazionale dei grillini tenuto nello scorso settembre. «La firma falsa non è una firma falsa, è una firma copiata -ha detto il comico in un'intervista a Euronews di cinque giorni fa- È l'Oscar della stupidità. Noi se siamo disonesti non riusciamo neanche ad essere disonesti. Con quelle liste lì non è stato eletto nessuno». Distinguo, sfumature. Scuse, avrebbero detto i grillini stessi se sul banco degli imputati ci fossero stati i rivali politici.

E, anche tenendo a parte le insinuazioni di eccessiva «familiarità» di Grillo con Giovanni Pampillonia, il vicequestore che nel 2013 condusse la prima indagine poi archiviata, difficilmente il nuovo caso si potrà chiudere gettando dalla torre qualche malcapitato capro espiatorio. Perché resta sempre il dubbio di quanto sapessero i vertici e del perché abbiano atteso che fosse prima la tv e poi la magistratura a tornare alla carica. Il copione ricorda da vicino quanto successo a Roma con il caso dell'inchiesta tenuta nascosta sull'assessore all'Ambiente di Virginia Raggi o all'inizio del caso della sindaca di Quarto. Anche in questo caso Luigi Di Maio sarebbe stato informato del caso scottante. Anche stavolta colpa dei poteri forti?

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