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Ritardi, cantieri e dossier industriali. Ecco come si è consumato lo strappo

L’ondata di polemiche sui ripetuti guasti ha reso più rapido il passaggio di consegne al vertice del gruppo

Ritardi, cantieri e dossier industriali. Ecco come si è consumato lo strappo
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Dietro la facciata della transizione ordinata e dei sorrisi istituzionali si cela una realtà più complessa. Ufficialmente, la fine anticipata del mandato di Stefano Donnarumma alla guida del Gruppo Ferrovie dello Stato è un caso di scuola di "missione compiuta". A certificarlo è lo stesso ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini (in foto), dai microfoni di Zapping su Rai Radio 1: "Ci siamo visti nel mio ufficio stamattina, siamo andati insieme in Ferrovie a incontrare i dirigenti. Semplicemente abbiamo raggiunto gli obiettivi di due anni difficilissimi con 25 miliardi di investimenti, che significano 1.000 treni regionali nuovi, 38 intercity e 74 frecce". Una narrazione che dipinge un addio consensuale per far partire la "fase due" dell'azienda con una figura interna, in pole position Gianpiero Strisciuglio.

Ma la diplomazia dei comunicati ufficiali non basta a coprire i veleni delle ultime settimane. Se la spiegazione ufficiosa fotografa un Salvini comunque soddisfatto dei numeri macroscopici dal ritorno all'utile di bilancio per 30 milioni alla gestione dei 1.300 cantieri giornalieri a logorare il rapporto con l'azionista pubblico e i ministeri vigilanti è stato il clima esasperato attorno alla quotidianità della rete.

L'ondata di polemiche per i ritardi cronici, i guasti strutturali e i disservizi che hanno paralizzato diverse tratte nazionali nelle scorse settimane ha surriscaldato i telefoni del Mit. Nonostante i tavoli tecnici abbiano derubricato parte dei blocchi a fattori esterni (furti di rame e guasti di vettori terzi), l'irritazione politica per il danno d'immagine è rimasta intatta.

A far da detonatore, poi, sono state le frizioni strategiche su dossier industriali pesanti: le mire

sull'acquisizione di Firema e del ramo ferroviario di Pizzarotti, i piani con il fondo Certares e il complesso modello tariffario Rab. Progetti ambiziosi che il Mef ha guardato con diffidenza, accelerando una rottura ormai inevitabile.

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