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In fumo il mito della fortezza di Leningrado. Lo smacco della guerra nella città dello Zar

Colpita la perla creata dagli architetti italiani, culla di cultura

In fumo il mito della fortezza di Leningrado. Lo smacco della guerra nella città dello Zar
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Nella foto, sulla Prospettiva Nevskij l'aria non è tersa come al solito, quando il vento dalla taiga o del Mar Bianco lucida il profilo di quella che è stata definita una delle più belle città italiane nonostante se ne stia acciambellata in un angolo semiartico del Baltico. No, sulla cupola d'oro della cattedrale di Sant'Isacco si allarga un fumo nero, denso, che non somiglia alla nebbia mattutina descritta in Anna Karenina, ma piuttosto fa risprofondare San Pietroburgo, la perla del Baltico, la "finestra russa sull'Occidente", ai tempi del feroce assedio nazista del '41-'44. Portando con sé quel gusto rancido di guerra in casa che l'Europa si sta sempre più abituando a masticare.

Mezza Ucraina è ormai rasa al suolo, ma paradossalmente il fumo a San Pietroburgo è un'immagine più potente dei palazzi sventrati di Kiev, perché proprio nell'immaginario collettivo risiede la centralità della periferica ex capitale imperiale, nonché città natale di Vladimir Putin. I droni e i missili ucraini Boykiy che ieri hanno centrato le infrastrutture petrolifere russe alla vigilia del summit economico con delegati di 130 Paesi, costringendo a deviare i voli in arrivo all'aeroporto Pulkovo, in realtà hanno abbattuto ben altro: il mito d'acciaio della Leningrado inespugnabile.

Ovvio, la città barocca e neoclassica eretta da Pietro il Grande alla foce paludosa della Neva in spregio a tutto quanto lo Zar liberale odiava della Russia rurale non è certo caduta, e non è neanche ferita; a dirla tutta, le uniche vere vittime dell'attacco sono l'orgoglio nazionale della popolazione e il senso di sicurezza di chi la governa dal Cremlino. Eppure vedere trascinata nel conflitto la città che più di tutte ha fatto da tramite culturale fra Europa e Russia fa riflettere, ci fa sentire le ostilità ancor più vicine di quanto non sembrassero le ben più atroci stragi nel Donetsk.

San Pietroburgo è un'Atlantide del passato, "un riflesso in un vetro appannato" come scriveva Nabokov, ma ha dna pienamente europeo fin dalla sua gestazione. Costruita dai migliori architetti italiani, è la città degli Zar spietati e di quelli assassinati, di tre rivoluzioni e di un attentato jihadista, la città delle Notti bianche e di Delitto e castigo, dei racconti di Gogol e dei versi di Battiato, la città dell'Ermitage e della fortezza di Pietro e Paolo, la città di Lenin e di Stravinskij, del balletto e delle purghe del Kgb, della presunzione e della semplicità. È una città "fondata sugli scheletri" delle decine di migliaia di operai costretti ad erigerla e sull'utopia bolscevica, ma che è riuscita a sopravvivere austera tra eroismo e orrore, dall'ammutinamento dei marinai anarchici di Kronstadt - la base militare nella baia antistante, anch'essa colpita ieri dagli ucraini - alla resistenza di Leningrado.

San Pietroburgo, amichevolmente Piter, è parte di noi tutti, di quanti hanno avuto la fortuna di visitarla e innamorarsene, di quanti l'hanno sognata leggendola o di quanti hanno imparato a declinare i verbi di moto sugli

autobus della sua Prospettiva. Vederla in fumo, seppur da lontano, fa rabbrividire tutti. Compresi i tanti che sanno scindere la ricchezza incalcolabile dell'anima russa dalla pochezza di chi ha scelto una guerra senza pace.

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