Giallo sul tweet dell'orrore che annunciava la strage

Un quotidiano del Bangladesh: il programma dei terroristi postato 10 ore prima della carneficina

Un tweet (foto) lanciato dai terroristi in Bangladesh avrebbe annunciato, dieci ore prima, l'attacco nella zona diplomatica della capitale, che è costato la vita a 9 italiani. Poi sarebbe stato cancellato. Lo riporta il quotidiano Kaler Kantho, uno dei più popolari in Bangladesh. «Sarà il primo attacco nella zona diplomatica per prendere ostaggi, la più grande operazione contro i crociati ed i suoi alleati» è il testo reso noto dal quotidiano. Secondo il giornale sarebbe stato twittato verso le 11 di mattina del primo luglio, 10 ore prima l'inizio della mattanza. Il quotidiano pubblica una copia del tweet lanciato all'account, poi chiuso, di Ansar al islam, uno dei noti gruppi del terrore in Bangladesh. Non si riesce a leggere bene l'ora anche se sembra prima di mezzogiorno.

Se venisse confermato dalle indagini, che vedranno impegnati in appoggio anche funzionari italiani, sarebbe clamoroso, che nessuno se ne sia accorto aumentando la sicurezza nel quartiere delle ambasciate. Il «giallo» dell'annuncio preventivo dell'attacco fa parte delle ombre sul terrorismo in Bangladesh e sulle mosse del governo per debellare la minaccia. La polizia ha candidamente ammesso che 5 dei sette terroristi uccisi erano ricercati. Più volte avrebbero dovuto finire in manette, ma sono sempre rimasti uccell di bosco. Uno dei tagliagole, guarda caso, è il figlio di un leader locale del partito al potere. Il tweet fantasma che avrebbe previsto l'attacco sarebbe stato cancellato prima della strage. Non è escluso che i terroristi di Ansar al Islam sapessero qualcosa dell'operazione e volessero metterci il cappello. Il gruppo, che sarebbe vicino ad Al Qaida, ha rialzato la testa nell'ultimo anno. Lo scorso novembre avevano pubblicato una lista di 35 docenti, giornalisti, blogger, scrittori considerati anti islamici da ammazzare. «Devono morire. Il dovere di tutti i mujaheddin è di tagliarli la testa» ha scritto con tanto di firma in rete, mufti Abdullah Ashraf, portavoce di Ansar.

Per la strage la polizia sta spostando l'attenzione su un altro gruppo del terrore, il Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh negando che sia collegato allo Stato islamico. Peccato che i membri del commando si sono fatti immortalare con le bandiere nere alle spalle prima di scatenare l'attacco. Fotografie che sono servite all'agenzia stampa legata al Califfato per rivendicare il massacro. Fin dal primo omicidio eccellente di Cesare Tavella, il cooperante italiano ucciso il 28 settembre a Dacca, le autorità hanno sempre negato collegamenti con Al Qaida o l'Isis. La linea, che oramai fa acqua da tutte le parti, era quella della provocazione per far cadere il governo utilizzando il terrorismo come «falsa bandiera».

Talmente «falsa», che l'ispettore generale di polizia A.K.M. Shahidul Hoque, ha ammesso che almeno 5 terroristi del commando «erano presunti militanti ricercati in tutto il paese». Nonostante la caccia serrata e l'arresto di 193 estremisti negli ultimi tempi sono riusciti ad organizzare l'attacco nel cuore di Dacca. L'unico sopravissuto del commando è sotto interrogatorio. «Sarà lui la chiave per capire tutto» ha spiegato l'alto ufficiale. Il governo comincia a puntare il dito contro l'Isi, l'odiato servizio segreto militare di Islamabad. I pachistani sono sospettati di voler destabilizzare il paese. Per questo motivo sono già stati espulsi due diplomatici di Islamabad accusati di aver finanziato i terroristi. Una comoda pista internazionale, che almeno in parte allontana l'incubo dell'espansione delle bandiere nere in Bangladesh.

I capi del gruppo jihadista Jamaat-ul-Mujahideen, che ha collegamenti con organizzazioni legali sia politiche, che umanitarie, furono arrestati nel 2005. Due anni dopo sono stati giustiziati in seguito alla condanna a morte. Ansar ha rialzato il tiro dall'inizio dell'anno con omicidi mirati, soprattutto nel nord del paese, di personalità considerate laiche. Si stima che possa contare su 10mila seguaci e fondi che arrivano da donatori salafiti del Kuwait, Emirati Arabi, Pakistan e Arabia Saudita.

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