Gianna e le orme di papà: "Sarò la tua erede"

La 13enne aveva l'idea del gioco e il carattere del padre. Che la chiamava "Mambacita"

Kobe era un italiano. Non di passaporto, ma di sentimento. Gli erano bastati setti anni, quelli decisivi nella formazione di un ragazzo, per assorbire il meglio che può dare il nostro Paese. L'amore per la famiglia, l'amore per la vita. Lui ci ha messo il resto. L'amore per il basket e l'ossessione per la perfezione. Così è diventato uno dei più grandi di sempre nel basket e non solo in quello, perché la commozione scatenata dalla sua morte ha oltrepassato i confini dello sport.

È bizzarro che uno che aveva ereditato il nome da una bistecca giapponese, abbia scelto solo nomi italiani per le sue quattro figlie. Natalia Diamante, Gianna Maria Onore, Bianka Bella e Capri Kobe. Originali, ma italiani. «Italianissimi», come sottolineò una volta in un'intervista, rimarcando il suo amore per il nostro Paese. Un amore sbocciato tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia e fra i 6 e i 13 per anni, il periodo in cui il bambino diventa ragazzino. «A parte la mia grande elevazione tutto il resto lo devo all'Italia», ha sempre raccontato nelle sue frequenti visite italiane. E non lo raccontava solo a noi italiani per farci sentire importanti. Lo raccontava sempre, anche nella bella biografia scritta da Roland Lazenby ed edita in Italia da 66thand2nd. «Stavamo bene, lì - diceva Kobe -. Sviluppammo quel tipo di mentalità, in Italia. La cosa importante è la solidità della famiglia. Quando hai quella, tutto il resto va bene. Che tu segni cinquanta punti o nessuno, la tua famiglia sarà sempre lì per te. Gli italiani la pensano allo stesso modo. È un popolo dal cuore caldo». E quanto tenesse all'Italia lo dimostrano le parole dette quando ha ricevuto l'Oscar per il miglior cortometraggio: «Mi wife Vanessa and our daughters Natalia, Gianna and Bianka vi amo con tutto il mio cuore: you are my inspiration» con quella frase pronunciata in italiano davanti all'Accademy.

Quella famiglia tutta al femminile era il suo tesoro. Gianna, «Gigi» la sua erede designata per cui aveva già scelto il nomignolo «Mambacita» se ne è andata con lui su quell'elicottero maledetto. Gigi aveva l'idea del gioco e pure il carattere forte di papà. «Una volta davanti a lei alcuni tifosi mi dissero che avrei dovuto avere un figlio maschio per proseguire la dinastia, lei rispose fiera: Non vi preoccupate, ci penserò io», aveva detto Kobe allo show di Jimmy Kimmel .

I suoi vecchi amici italiani non smettono di piangere. «Voleva sempre giocare a basket e quando non giocava guardava le cassette che suo padre si faceva spedire dall'America», ricordano i suoi vecchi amici con i quali è sempre rimasto in contatto. Guardava Magic, Jordan ne imitava i movimenti. E quando non giocava e non era davanti alla tv, era a bordo campi a vedere papà. Era uno dei ragazzini che asciugavano il parquet. In cambio nell'intervallo gli permettevamo di tirare. E la gente che lo vedeva non staccava più gli occhi da quel ricciolone. Capitò anche che Dan Peterson, allenatore della squadra avversaria, si fermò a chiedere: «Ma chi è quel bambino?». E non fu l'unico. Metta World Peace, meglio conosciuto come Ron Artest, stella Nba arrivato a Cantù qualche anno fa rimase impressionato dalla passione e chiamò Kobe per dirgli: «Adesso ho capito perché giochi in quel modo». Giocava con la passione e l'amore imparati in Italia. Lui ci ha messo il resto con una dedizione e un impegno che possono essere un esempio per tutti. Non solo per chi deve spedire il pallone in un canestro.