Politica

I dolori del giovane Luigi Di Maio

Sia che si dimetta sia che resti in sella, per Luigi Di Maio è il momento di fare il bilancio della sua attività da capo politico del M5S e da membro di due esecutivi a guida pentastellata

I dolori del giovane Luigi Di Maio

"Se ne sentono tante. Credo che il dibattito interno al Movimento non debba oscurare le cose che facciamo". Luigi Di Maio ha liquidato frettolosamente le indiscrezioni giornalistiche che indicavano come imminenti le sue dimissioni da capo politico del M5S.

Una smentita doverosa che non fuga i dubbi sulla debole leadership di Di Maio e che arriva quando mancano due settimane alle elezioni in Emilia-Romagna e due mesi agli Stati Generali del M5S. Sia che si dimetta sia che resti in sella, per il capo politico dei pentastellati è il momento di fare il bilancio della sua attività. Nell’attesa è bene mettere in fila, a mo’ di promemoria, i principali fallimenti di Di Maio da quando guida l’M5S, ossia dal 23 settembre 2017.

Di Maio capo politico, il boom delle Politiche 2018

Di Maio, il più giovane vicepresidente della Camera, si presentava come il volto istituzionale e moderato del MoVimento, pronto a intercettare il cambiamento che gli elettori grillini si aspettavano da anni. L’esordio elettorale non fu dei migliori perché nessuno si aspettava una sconfitta del M5S alle Regionali siciliane del 5 novembre 2017, ma Di Maio seppe rifarsi in primavera. Le Politiche del 4 marzo 2018 decretano un vero e proprio trionfo del M5S che diventa primo partito con il 32,5%, mentre col 37% il centrodestra è la coalizione vincente. Il Parlamento è in un'impasse, ma Di Maio riesce in un’impresa che sembrava impossibile: dar vita al primo governo sovranista d’Europa. Dopo quattro mesi di trattative e dichiarazioni roboanti del tipo: “Per me qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui”, Di Maio trova l’accordo con Matteo Salvini sul ‘contratto di governo’ da attuare e sul premier da proporre al presidente Sergio Mattarella. L’esecutivo gialloverde a guida Giuseppe Conte sembra pronto a partire, ma il Capo dello Stato pone il veto sul nome del ministro dell’Economia, Paolo Savona. Di Maio invoca l’impeachment, ma la buffonata dura meno di 24 ore. Così, seppur tra mille difficoltà e voltafaccia, il capo politico del M5S diventa vicepremier e titolare di un ministero che, per la prima volta, tiene insieme lo Sviluppo economico e il Lavoro.

I fallimenti politici di Di Maio

Insediatosi il governo, ecco arrivare la prima ‘grana’ con Bruxelles. La manovra finanziaria imposta dal duo Di Maio-Salvini all’allora ministro Giovanni Tria (questo, sì, un nome gradito al Colle) viene sostanzialmente bocciata. Il rapporto deficit-Pil, dopo una serie di trattative, scende dal 2,4% al 2,04% e Di Maio canta vittoria per essere riuscito a inserire nella finanziaria il reddito di cittadinanza. “Abbiamo abolito la povertà”, dirà trionfante dal balcone di Palazzo Chigi. Peccato che, col tempo, si è certificato quel che si temeva fin dall’inizio: il sussidio grillino fa acqua da tutte le parti. La povertà, ovviamente, non è stata abolita e gli unici assunti per merito del reddito di cittadinanza sono i navigator. Inoltre, le irregolarità, tra ex terroristi che hanno beneficiato del sussidio e poveri che lo hanno usato per comprarsi bottiglie di Dom Perignon, non sono di certo mancate. Nel settembre 2018, invece, Di Maio esultava di nuovo:“Abbiamo risolto l’Ilva in tre mesi, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci”. Col senno di poi, però, tra il “prima” e il “dopo” la differenza è sparita magicamente. O meglio, non c’è mai stata dal momento che, in campagna elettorale, il M5S aveva promesso la chiusura di Ilva. Che non c’è stata e, probabilmente, non ci sarà mai. Ma le crisi aziendali ancora irrisolte sono svariate: dall’Alitalia a Mercatone Uno, passando per la Whirlpool di Napoli, Di Maio ha lasciato un’eredità pesante ai suoi successori.

I voltafaccia politici e l’incapacità di guidare la Farnesina

E che dire della Tap e della Tav? Le divisioni sull’Alta Velocità Torino-Lione hanno prodotto la crisi di governo con i leghisti e il conseguente cambio di alleati. Tra Pd e Lega, per il giovane Di Maio, c’è poca differenza perché, una volta a Palazzo Chigi, l’uno vale l’altro conta di più dell’uno vale uno. Anzi, a dispetto della promessa di non voler fare un governo “con il partito di Bibbiano”, Di Maio, con l’esecutivo giallorosso, ha, sì, perso il ruolo di vicepremier, ma in cambio ha traslocato alla Farnesina. Eppure, in politica estera, il capo politico del M5S aveva già mostrato di non sapersela cavare egregiamente. Come dimenticare la crisi innescata con la Francia, a seguito degli ammiccamenti fatti ai gilet gialli? E il veto posto al governo gialloverde nel sostenere Juan Guaidò, avversario politico del presidente venezuelano Nicolas Maduro? Insomma, i presupposti politici per una simile ‘promozione’ proprio non c’erano e, infatti, complice anche la recente gaffe istituzionale del premier Conte, l’Italia sta perdendo la sua sfera d’influenza che deteneva in Libia, tutto a vantaggio della Turchia e della Russia. Senza considerare che, quando è scoppiata la crisi tra Iran e Stati Uniti, il nostro ministro degli Esteri era in vacanza a Madrid insieme alla sua fidanzata…

Le sconfitte elettorali e le divisioni interne al M5S

Nel frattempo il M5S, dal punto di vista elettorale, dal marzo 2018 a oggi, ha continuato a collezionare soltanto sconfitte. La più eclatante, ovviamente, è quella delle Europee del 2019 quando i grillini hanno dimezzato i propri voti passando dal 32,5% al 17%. Un risultato pessimo che va ad aggiungersi ai tonfi elettorali subiti in tutte le Regioni in cui si è votato, compresa l’Umbria dove il M5S si presentava in alleanza col Pd. Un alleato, quest’ultimo, con cui i dissidi sono all’ordine del giorno. Dalla prescrizione allo stop alle concessioni autostradali ai Benetton non esiste una materia sulla quale vi sia concordia. A unire i due alleati c’è solo l’odio nei confronti dell’avversario Matteo Salvini che si cerca di colpire con ogni mezzo. Pd e M5S stanno, infatti, per votare una legge elettorale proporzionale nel tentativo di impedire una vittoria certa del Capitano in caso di un ritorno anticipato alle urne. E, subito dopo le Regionali in Emilia e in Calabria, voteranno l’autorizzazione per mandare Salvini a processo per il ‘sequestro della nave Gregoretti, nonostante proprio Di Maio e Conte avessero votato contro in un caso analogo, quello riguardante la Ong Diciotti.

Gli errori e i voltafaccia di Di Maio hanno falcidiato i gruppi parlamentari del M5S che, tra espulsioni e addii volontari, perde pezzi ogni giorno che passa. Elencare tutti i 22 fuoriusciti sarebbe tedioso. Basti ricordare il senatore Gianluigi Paragone, cacciato per non aver votato la fiducia al governo e l’ex ministro del Miur Lorenzo Fioramonti, il ‘contiano’ che se n’è andato sbattendo rumorosamente la porta per non aver ottenuto i fondi che chiedeva.“Sono stato espulso dal nulla, c'era una volta il 33%, ora…”, ha commentato il primo accusando, poi, Di Maio di aver accumulato troppe cariche. “Non è ammesso il dissenso, non c'è ascolto. I panni sporchi in famiglia. Per il resto: si tace o si esce", gli fa eco il secondo. E, così, periodicamente, spuntano con sempre maggiore frequenza documenti di grillini anti-dimaiani che chiedono un ridimensionamento o addirittura l’eliminazione del ruolo di capo politico del M5S. In definitiva, il passo indietro di Di Maio diventa sempre più inevitabile…

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