I mercati ci avevano scommesso da tempo, tant'è che i listini stavano salendo imperterriti da settimane per non dire mesi. Rimaneva solo un piccolo margine d'incertezza sulla fine del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con quell'accordo più volte annunciato e poi più volte saltato all'ultimo.
Ieri finalmente la conferma bipartisan, con i mercati al salto definitivo in avanti verso una prospettiva che avevano accarezzato dalla fine della settimana precedente. Gli effetti maggiori si sono visti sul mercato del petrolio, quello maggiormente impattato dalla paralisi dello Stretto di Hormuz, un'arteria fondamentale per il commercio degli idrocarburi: tant'è che il Brent è sceso a 83 dollari al barile (dopo aver sfiorato i 120 dollari al barile nel periodo peggiore della crisi) e il Wti è sceso fino sotto il 80 dollari. Brusca correzione al ribasso anche sul mercato del gas naturale, con la quotazione del Ttf di Amsterdam precipitato a 42 euro al megawattora (-9%). Gas e petrolio stanno quindi ripiegando - in verità avevano già iniziato a farlo da settimane - verso una normalizzazione delle quotazioni, se si pensa che rispetto a un anno fa i prezzi sono solo (si fa per dire) del 10-12% più alti.
La svolta in Medioriente è stata recepita positivamente, seppur con entusiasmo differente, anche dai principali listini azionari mondiali. Partendo dall'Italia, l'indice Ftse Mib è cresciuto dello 0,66% aggiornando i suoi massimi storici oltre i 51.800 punti. In scia gli altri mercati europei come Francoforte (+1,1%) e Parigi (+0,40%). In controtendenza solo Londra, che ha chiuso in negativo per lo 0,4%. Ma si tratta comunque di una mosca bianca in un mercato di segni "più" a partire da Wall Street che ha fatto registrare di gran lunga il salto più entusiasta (più o meno a metà seduta l'S&P 500 saliva dell'1,7% e il Nasdaq del 3%). Decisamente entusiasta anche il listino principale giapponese, il Nikkei, balzato di quasi il 5% mentre il Ftse China A50 (tra i panieri principali di Pechina) era salito dell'1,5%.
Si muovono anche le materie prime e le valute: l'oro è tornato a salire di oltre il 3% a 4.380 dollari l'oncia e l'euro si è rafforzato sul biglietto verde, venendo scambiato a 1,16 dollari per avere un euro. Sussulto nel mondo delle criptovalute - l'oro digitale - con il Bitcoin galvanizzato a rimettere il naso alla soglia dei 67mila dollari.
Lo scioglimento del nodo geopolitico ha diminuito la tensione sul dollaro (che è il principale bene rifugio), con la corsa a dotarsi di liquidità che aveva spinto le quotazioni della valuta americana - la più usata al mondo - rispetto a quelle dell'oro e del mercato cripto. Oltre al fatto che una ripresa dell'inflazione rendeva più probabile un rialzo dei tassi della Federal Reserve e quindi più attraenti le attività in dollari come i titoli di Stato americani.