Indagato per Etruria ma consulente dei giudici

La procura di Arezzo nomina Grazzini (ex cda della banca cittadina) curatore fallimentare. Era stato multato dalla Banca d'Italia come papà Boschi

Indagato per Etruria ma consulente dei giudici

Questa poi. Il tribunale di Arezzo ha nominato come curatore fallimentare di un'azienda in crac, la Open Plan Holding Srl di Bibbiena (Arezzo) che si occupava di costruzione di edifici residenziali e non residenziali, Giovanni Grazzini, ex consigliere di amministrazione di Banca Etruria sul quale indaga la stessa procura di Arezzo e che è stato pure sanzionato da Bankitalia, come l'ex vice presidente Pier Luigi Boschi, padre della ministra Maria Elena.

Questo è l'ultimo conflitto di interesse di cui si sporca la procura aretina, dopo quello che coinvolse direttamente il procuratore Roberto Rossi (e di cui si occupò il Csm), che negò di aver mai conosciuto papà Boschi, dimenticando di aver invece indagato su di lui anni prima, e che omise di essere consigliere giuridico del governo, pur essendo a capo dell'inchiesta che indagava il padre di uno dei ministri.

Ma torniamo a Grazzini. In molti non si ricorderanno di lui. Eppure il suo nome è presente nei faldoni e riecheggia tra i corridoi della procura. Non solo per la nomina a curatore fallimentare il 7 ottobre scorso (giudice delegato Paolo Masetti, udienza 1° febbraio 2017), come si può facilmente verificare dal portale dei fallimenti di Arezzo. Grazzini viene fuori dai fascicoli dell'inchiesta sulle consulenze da 17 milioni di euro di Banca Etruria, la liquidazione all'ex direttore generale Luca Bronchi da 1,1 milioni di euro, i premi aziendali e i fidi concessi agli imprenditori considerati «vicini» ai dirigenti. Indagati l'ex presidente Lorenzo Rosi e il dirigente Luciano Nataloni. Di quel cda facevano parte oltre a Boschi vicepresidente e Alfredo Berni vicepresidente vicario, anche Alessandro Benocci, Claudia Bugno, Carlo Catanossi, Alessandro Liberatori, Luigi Nannipieri, Luciano Nataloni, Anna Maria Nocentini, Andrea Orlandi, Felice Santonastaso, Claudio Salini, Ilaria Tosti e, appunto, Giovanni Grazzini.

La stangata di Bankitalia è arrivata anche per lui: 52mila euro di sanzione, pur essendo rimasto in carica solo otto mesi. E anche se non votò a favore della super liquidazione all'ex direttore generale Bronchi, una delle principali accuse di via Nazionale ai personaggi dell'istituto aretino, Grazzini faceva parte del cda come rappresentante dell'Assodige, l'associazione che riunisce i soci dipendenti e pensionati di Banca Etruria. «Sono entrato a far parte del cda a maggio del 2014, dopo poco più di un mese, il 30 giugno, ci siamo trovati a deliberare sulla buonuscita chiesta dal direttore generale Luca Bronchi - spiegava Grazzini alcuni mesi fa -. In mia coscienza ho giudicato che quella somma fosse troppo alta e, oltre a essere esosa, avrebbe creato anche un precedente per eventuali future contrattazioni. Perciò mi sono astenuto e ho fatto mettere a verbale le motivazioni della mia astensione. Eppure quell'astensione nulla è contata». Forse la procura ha tenuto conto di quel gesto, o forse anche il fatto, come tiene a precisare il Grazzini stesso che «sono figlio di un ex magistrato e professionista onesto». Fatto sta che l'ex consigliere di una banca fallita è stato messo a curare il fallimento di un'azienda fallita. «Quella di Grazzini è una nomina che lascia perplessi, per questo chiederemo ai ministri della Giustizia e dell'Economia di spiegarci il senso di tale scelta», affermano i deputati di Alternativa Libera, Marco Baldassarre, Massimo Artini, Eleonora Bechis, Samuele Segoni e Tancredi Turco.

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