"Dopo tanti anni nei tribunali e nelle istituzioni ho ritenuto che il contributo più utile fosse lavorare lontano dalla polemica quotidiana. Oggi incontro migliaia di studenti ogni anno, partecipo a iniziative nelle scuole, scrivo libri, li presento ovunque in Italia dai festival più importanti ai comuni più piccoli - e promuovo progetti educativi. È un lavoro forse meno interessante per voi giornalisti, ma non ho mai girato così tanto come negli ultimi anni". Nel libro U Maxi (Feltrinelli) (foto) l'ex presidente del Senato Pietro Grasso al Giornale ricorda il Maxiprocesso a Cosa Nostra. Oltre 400 imputati, 21 mesi di dibattimento, 35 giorni di camera di consiglio. "Ricordo soprattutto il senso della responsabilità. Dietro quei numeri c'erano persone, prove, vite umane. Ogni decisione doveva essere motivata e fondata esclusivamente sul diritto. Ricordo giornate interminabili di studio, discussioni approfondite tra i giudici e la consapevolezza che qualsiasi errore avrebbe avuto conseguenze enormi. Non ci sentivamo protagonisti della storia. Cercavamo soltanto di fare bene il nostro lavoro.
Con tanti imputati non si rischia di comprimere il diritto alla difesa?
"Al contrario, furono garantite tutte le tutele previste dall'ordinamento. Gli imputati ebbero centinaia di difensori, un dibattimento durato quasi due anni, sei mesi solo di arringhe, e la possibilità di contestare ogni singolo elemento di prova. Se il Maxiprocesso è ancora un modello è perché riuscì a coniugare efficacia investigativa e pieno rispetto delle garanzie costituzionali, come ci riconobbero allora e oggi gli avvocati. Uno Stato dimostra la propria forza quando rispetta le regole anche nei confronti dei peggiori criminali".
Senza i Riina e i Provenzano come è cambiata la mafia?
"È cambiato soprattutto il linguaggio del potere. La stagione delle stragi ha dimostrato a Cosa nostra che l'attacco frontale allo Stato produce una reazione molto forte. Oggi la mafia preferisce mimetizzarsi, investire nell'economia, cercare consenso, costruire relazioni, partecipare alle competizioni elettorali. È meno visibile, ma non meno pericolosa. Il rischio è proprio quello di pensare che, siccome non vediamo le bombe, il problema sia finito. La mafia contemporanea cerca di apparire normale".
Si parla del dossier mafia-appalti come principale movente delle stragi del 1992. Che ne pensa?
"Penso che vicende così complesse vadano affrontate con grande prudenza, mentre vedo tanto rumore più per alimentare polemiche che per cercare la verità. Sul contesto storico e sui possibili interessi convergenti è giusto continuare a studiare e approfondire, ma la spiegazione che tutto parta e finisca su quel rapporto la trovo così semplicistica e minimalista da farmi pensare male. Le grandi stragi non hanno mai una sola causa. Ridurre tutto a un unico dossier significherebbe semplificare così tanto da avere, come effetto secondario, quello di impedire la ricerca di verità più ampie, più profonde, più dolorose per lo Stato".
E dell'inchiesta su Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone per favoreggiamento?
"In questa indagine, ancora in corso, io sono stato chiamato e ho già parlato come testimone ai magistrati. Lei capisce che non posso aggiungere nulla".
Di Silvio Berlusconi disse che il suo governo fu tra i più severi contro Cosa nostra...
"Per sua fortuna nella mia vita non ho mai querelato giornalisti, altrimenti questa sua sintesi lo meriterebbe (ride). Ho smesso di smentire la fantomatica storia del premio per la lotta alla mafia perché ho capito che è inutile, ma la registrazione di quella maledetta chiacchierata alla Zanzara è disponibile ovunque online, si può riascoltare. Diedi giustamente merito ad Angelino Alfano di aver, su mia richiesta, modificato e rafforzato le misure di prevenzione, solo questo. Questa leggenda ancora mi perseguita".
Che ne pensa di Baiardo e della storia della foto fantasma?
"Baiardo è sicuramente a conoscenza di molte cose, avendo ospitato i Graviano, e personalmente penso che la foto possa esistere, che abbia provato a utilizzarla per ottenere benefici per i suoi dante causa, ma che ormai, essendo passati a miglior vita molti protagonisti, resta un tema interessante solo per gli storici".
Si sono riaperte le indagini sull'omicidio di Piersanti Mattarella. Cosa ricorda del guanto del killer che sembra sparito?
"Quell'omicidio ha segnato la storia della Sicilia e dell'Italia.
Del guanto non ricordo nulla perché, come è emerso dall'indagine in corso, quell'elemento non ci fu segnalato come non appartenente al proprietario dell'auto rubata. Brucia aver scoperto di essere stati vittime di un depistaggio, e inquieta il fatto che sia iniziato sin dalle prime ore. Per tante ragioni diverse, il Paese merita la verità".