"Io, vescovo cattolico, insegno il Corano per salvare i bambini"

Dopo le stragi di cristiani il catechismo in Kenya si fa anche con il libro sacro dell'Islam. Monsignor Muheria: "Non è resa ma legittima difesa"

"Io, vescovo cattolico, insegno il Corano per salvare i bambini"

La vita si gioca in pochi secondi. La risposta esatta significa sopravvivere, il silenzio morire. Quali sono i nomi di Allah? Come si chiama la madre di Maometto? Chi sa è musulmano, chi sgrana gli occhi e farfuglia cristiano, e deve essere massacrato. Così funziona in Kenya, nella zona orientale, la più vicina al confine con la Somalia. Qui imperversa la fazione jihadista di al-Shabaab, il braccio somalo di Al Qaeda, ormai sempre più vicino all'Isis come molte cellule dell'ex impero di Bin Laden. In un Paese in cui l'80 per cento della popolazione è cristiana, il tiro al bersaglio sta partendo proprio dall'area meno controllabile, dove non esistono maggioranze e minoranze religiose, ma un incubo che si chiama rappresaglia: la lotta di al-Shabaab contro gli infedeli che leggono il Vangelo. Centoquarantotto ragazzi, tutti cristiani, sono stati uccisi nel campus di Garissa poco più di un mese fa e continua a predominare la politica del silenzio, denunciano i vescovi kenyoti. Unica voce isolata quella del Papa. Proprio a Francesco si è rivolto di recente, durante una visita in Vaticano, bishop Anthony Muheria, il vescovo di Kitui, diocesi del sud est del Kenya che comprende 24 parrocchie, l'enclave cristiana in una terra ancora lontana dal confine con la Somalia ma dove dilaga l'integralismo. Muheria, a Kitui dal 2008, è impegnato ogni giorno nella difesa dei fedeli dai massacri. E ora che la vita di ciascuno è davvero in pericolo, c'è un unico modo per salvare i cristiani: insegnare i versi del Corano durante il catechismo. Come con gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i religiosi per proteggerli ripetevano le parole del Padre Nostro perché le imparassero a memoria, per preservarli dalla caccia dei nazisti.

Il vescovo di Kitui ne ha parlato con i 25 vescovi che lo hanno accompagnato in Vaticano dal Papa, come ha ricordato a Bergoglio i 28 cristiani trucidati a novembre, ancora vicino a Garissa, su un autobus, i 36 lavoratori decapitati in una cava a dicembre. E ha parlato ancora, e soprattutto, di quei 148 ragazzi fatti a pezzi nell'università: i musulmani tutti salvati, non per il nome sulla carta d'identità, ma perché sapevano dare le risposte giuste alle domande, mentre gli altri, i cristiani, che non erano in grado di ricordare quello che non avevano mai studiato, macellati come vitelli. Per evitare un'ecatombe, e per impedire che la popolazione si armi da sola per tutelarsi, non ci sono molte altre strade. Non è una resa all'integralismo, spiega Muheria, ma l'unica via, uno stratagemma in nome della sopravvivenza, per proteggere la comunità abbandonata dalle istituzioni: dal governo kenyota, ma anche dal mondo, che non ha riservato ai ragazzi di Garissa la stessa attenzione tributata ai morti del settimanale satirico Charlie Hebdo . Imparare il Corano significa continuare a vivere, non smettere di essere cristiani. È una provocazione dolorosa che apre interrogativi difficili da sciogliere: «Ci vogliono chiarezza e coraggio - si è sfogato il monsignore nella sua visita a Roma in Vaticano - Chiarezza e coraggio nell'ammettere» che l'obiettivo di al Shabaab è quello di «fare dell'Africa un continente interamente musulmano». Con il beneplacito, aggiunge, «anche di certi islamici moderati che provano simpatia per quegli intenti». Invece, dal governo di Nairobi a proposito della carneficina all'università s'è parlato genericamente, dice bishop Anthony, di «attacco contro tutti i kenioti». Sono tutte «cortine di fumo» alzate «per evitare di dire che a essere minacciati sono i cristiani». Il furore religioso e omicida di Parigi e di Garissa è lo stesso, ma «non un solo capo di Stato è venuto qui», in Kenya, insiste Muheria, forse non tutte le vite «hanno lo stesso valore».

La popolazione del Kenya, hanno scritto i vescovi del Paese al termine di un incontro nazionale che si è svolto dal 4 all'8 maggio, «è spaventata e disperata».

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