I pezzi sono sulla scacchiera, l'incognita ora è se, quando e come iniziare la partita. Questi sono i giorni del tempo sospeso e come spesso accade i contorni appaiono sfumati, indefiniti e perfino un po' surreali. Gli ayatollah sono pronti a tutto, a scappare, a resistere, a sperare in un aiuto straordinario da Pechino, a giocarsi ogni cosa minacciando la fine del mondo. È così che sono arrivati a proporre agli studenti in rivolta il patto della messinscena, quella che a Napoli chiamerebbero "ammuina". Protestate ma non oltrepassate le linee rosse: non toccate i luoghi sacri, non bruciate la bandiera, non trasformate la rabbia in rivoluzione. È una teoria nuova solo in apparenza: il dissenso ammesso, purché resti estetico. Una coreografia senza esito. È come dire: gridate, ma non cambiate nulla. Le università tornano a riempirsi. Isfahan, Teheran, Alzahra. Slogan contro la Repubblica islamica, ma anche qualcosa di più irritante per il regime: cori per lo scià. Il nome di Reza Pahlavi che rimbalza nei cortili. Non è nostalgia. È provocazione politica. È dire al potere: esiste un altrove.
La risposta ufficiale è prudente, ma dentro gli atenei entrano i Basij. Alcuni studenti vengono fermati. Altri convocati. Altri ancora semplicemente non tornano a casa per una notte o due. In Iran il confine tra tolleranza e repressione è sempre mobile, pubblicamente si concede, silenziosamente si colpisce. Fino a quando può durare? Abbas Araghchi, ministro degli Esteri ottimista, dice in vista del vertice di domani a Ginevra che c'è l'occasione storica di firmare una pace con gli Stati Uniti. Teheran potrebbe offrire nuove assicurazioni sulla rinuncia a qualsiasi progetto nucleare, ma il vero punto è quello del petrolio. La maggior parte del greggio iraniano finisce oggi in Asia orientale, con la Cina come principale destinatario. Pechino beneficia di forniture a condizioni vantaggiose che rafforzano la sua sicurezza energetica e sostengono la competitività industriale. Ora ridurre questi volumi costringerebbe la Cina a rivolgersi al mercato internazionale a prezzi più elevati.
Questa svolta a Trump piacerebbe tanto e per l'America vale più della democrazia e della libertà degli iraniani. Le trattative prima di tutto e fino a domani ogni cosa è rallentata. Quello che vedete per ora è, appunto, messinscena. Eccola. Due gruppi d'attacco di portaerei accompagnati da oltre una dozzina di navi da guerra, decine di F-35, F-22 e F-15, batterie Patriot e un numero sufficiente di aerocisterne per sostenere una campagna prolungata. È il più grande dispiegamento in Medioriente dall'invasione dell'Irak nel 2003. Donald Trump ha indicato l'isola di Diego Garcia, nell'arcipelago delle Chagos, e la base britannica Raf Fairford come piattaforme operative. Cosa significa? Tutto e niente. La scacchiera serve a mostrare la forza, praticarla è un'altra storia. Il timore non è solo Teheran, ma i fantasmi che evoca.
Gli Stati Uniti fanno i conti con il cimitero delle guerre fallite dall'impero. I consiglieri di Trump sostengono che la vera forza non sia mostrare i muscoli, ma saperli ritirare un millimetro prima del punto di non ritorno.