Dopo le bombe, messe a tacere con la firma sul memorandum d'intesa firmato esattamente una settimana fa, fra Stati Uniti e Iran è il momento dell'estenuante battaglia diplomatica e interpretativa. Ogni clausola e ogni presunto progresso sono al centro di un braccio di ferro, anche se Washington e Teheran parlano entrambe di "sviluppi molto positivi" dopo i colloqui chiusi lunedì a Lucerna, in Svizzera. Ieri sono stati istituiti i gruppi tecnici di lavoro che dovranno affrontare due questioni scottanti: nucleare e sanzioni. Nel frattempo, mentre i leader iraniani Pezeshkian (presidente), Ghalibaf (caponegoziatore) e Araghchi (ministro degli Esteri) sono in Pakistan per discutere dell'attuazione del memorandum, contraddizioni e ambiguità riemergono e rimbalzano da una parte all'altra. Con un neo in più per Trump, anche se di valore solo simbolico e non vincolante. Il Senato ha approvato una risoluzione che chiede la fine del conflitto, a meno che non ci sia l'autorizzazione del Congresso.
HORMUZ
Si comincia dallo Stretto della discordia, che è aperto senza pedaggi per i 60 giorni di negoziati. L'Iran ha annunciato di aver avviato con l'Oman un'analisi sulla futura amministrazione e sui costi dei servizi legati alla navigazione. Le due parti hanno sottolineato "la propria sovranità e i diritti sovrani sulle acque territoriali di Hormuz". Trump si rallegra per i 19 milioni di barili di petrolio transitati ieri, "un record assoluto". Ma nelle intenzioni iraniane, Hormuz potrebbe non essere più ad accesso libero e gratuito e le navi potrebbero aver bisogno del permesso di Teheran per attraversarlo. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha rimarcato che "gli Stati Uniti non accetteranno pedaggi o tariffe per il transito". Ma è evidente che su questo punto Washington e Teheran avranno ancora da discutere.
FONDI CONGELATI
L'ultimo annuncio riguarda i 12 miliardi di fondi iraniani congelati all'estero. Adesso sono "disponibili". Ma Washington spiega che vengono depositati su un conto vincolato, controllato dagli Stati Uniti, e pretende che siano utilizzati per "scopi umanitari", cioè l'acquisto di cibo e forniture mediche esclusivamente dagli States. Trump cita in particolare mais, grano e soia, da comprare "dai nostri grandi agricoltori americani". Per Teheran, invece, non esiste vincolo. I fondi saranno usati in piena libertà, anche perché - spiega il portavoce degli Esteri, Esmaeil Baghaei, "abbiamo ormai compreso che la vera ragione di questa guerra era di annientare la civiltà iraniana, e questo obiettivo si è trasformato nel garantire ai coltivatori americani enormi entrate attraverso i fondi congelati".
LE ISPEZIONI
Secondo Trump, Teheran ha accettato l'ingresso di ispettori dell'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica, senza limiti, neanche di tempo. Il presidente americano parla di via libera "infinito" da parte dell'Iran e sostiene che se la Repubblica islamica non avesse accettato questa condizione, "non ci sarebbero ulteriori negoziati né il suo via libera alla riapertura di Hormuz. Ma l'Iran afferma che "non ha intenzione di consentire agli ispettori Onu di visitare i siti nucleari bombardati" dagli Usa e da Israele nelle guerre contro l'Iran e dove potrebbe essere sepolto l'uranio arricchito nel mirino degli Stati Uniti, che chiedono venga diluito o conservato in un altro Paese.
LIBANO
È il primo punto dell'accordo e dunque della trattativa, ma anche il più complesso e paradossale.
Perché Israele continua a colpire il Sud del Libano e Netanyahu ribadisce di non aver alcuna intenzione di ritirarsi, anche perché non ha firmato l'intesa, come non lo hanno fatto né la controparte Hezbollah né il governo libanese. Il gruppo estremista ancora ieri accusava Israele di aver violato il cessate il fuoco e ne chiedeva il ritiro secondo un calendario prestabilito.