Lo Stretto di Hormuz rimane sigillato, con oltre 31 petroliere con a bordo 53 milioni di barili di greggio, ferme e incerte sul proprio futuro. Mentre Trump continua a fare un passo avanti sulle trattative con l'Iran, per poi procedere a farne due indietro, il costo del petrolio non si ferma. Venerdì il prezzo del Brent ha superato 126 dollari al barile, valore che non si vedeva dal 2022, per poi retrocedere a fine giornata a 108,2 dollari. E l'effetto sarà quanto prima evidente nelle tasche dei cittadini che devono fare benzina. Ma se per ora in Italia il taglio delle accise alleggerisce il peso sul portafoglio, lo stesso non si può dire negli Stati Uniti dove, in California, il prezzo della benzina ha raggiunto 6 dollari al gallone, con un aumento del 30% da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l'Iran alla fine di febbraio. Il prezzo medio del diesel, invece, si aggira intorno ai 7,5 dollari al gallone (+47% dall'inizio della guerra). Come è diventato evidente nelle ultime ore, a rischio però non sono solo le petroliere e le navi cargo ferme vicino allo Stretto di Hormuz: ieri mattina la guardia costiera yemenita ha dichiarato che la petroliera m/t Eureka è stata dirottata al largo della provincia di Shabwa da uomini armati non identificati che sono saliti a bordo dell'imbarcazione, ne hanno assunto il controllo e l'hanno poi condotta verso il Golfo di Aden, in direzione delle acque somale.
Proprio per evitare episodi simili, senza rimanere però bloccate nello Stretto, sono molte le compagnie petrolifere che stanno cercando strade alternative. Il Canale di Panama è senza dubbio una delle vie preferite, ma la libertà di movimento, chiaramente, non è gratuita. Rispetto a un anno fa, i prezzi medi sono cresciuti di quasi il 540%, superando gli 830mila dollari per transito, secondo i dati raccolti da Argus Media. E se Panama sembra la scelta per i Paesi asiatici, in Europa Msc è pronta a provare una strada alternativa. La prossima domenica, il 10 maggio, una nave della compagnia controllata dalla famiglia Aponte, partirà da Anversa per un percorso che include anche tappa in Germania, Italia, Lituania e Spagna. Le navi attraverseranno il Canale di Suez per entrare nel Mar Rosso e faranno scalo in due porti sulla costa occidentale dell'Arabia Saudita: Jeddah e King Abdullah. Da lì si cambierà mezzo di trasporto, verrà utilizzata una rete di camion per raggiungere Dammam, sulla costa orientale della penisola, dove navi feeder si collegheranno ai gateway marittimi, tra cui Abu Dhabi e Jebel Ali a Dubai, puntando anche a Bahrein, Iraq e Kuwait. Sicuramente un viaggio più complesso e, presumibilmente, anche più costoso, ma una prima prova sul campo per aggirare il blocco voluto dai Pasdaran.
Mentre via mare e via terra si cercano strade alternative, la situazione nei cieli è ancora più in bilico. Il costo del jet fuel è volato sopra i 150 dollari al barile, con un aumento di oltre il 106% rispetto a un anno fa e questo dato spaventa le compagnie che già erano in bilico. Se in Europa il faro è puntato sulla compagnia scandinava Sas, negli Stati Uniti è stata mietuta la prima vittima: Spirit Airlines. Infatti, anche il piano di salvataggio da 500 milioni di dollari proposto dall'amministrazione Trump non è bastato a sostenere la compagnia.
Dopo oltre 34 anni di attività e 3 miliardi di debito, la società ha dichiarato la bancarotta, cancellando tutti i voli programmati con effetto immediato. Segnale di come lo shock energetico si stia già trasmettendo all'economia reale.