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L'Artico è centrale dal 1867. Per gli Usa una mossa obbligata

I presidenti democratici prima di Trump cercavano di aumentare l'influenza

L'Artico è centrale dal 1867. Per gli Usa una mossa obbligata
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L'interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia si inserisce in una tradizione che risale al XIX secolo. Già William Seward, l'artefice dell'acquisto dell'Alaska dalla Russia nel 1867, considerava la Groenlandia come un elemento naturale di un sistema continentale e ne desiderava l'acquisto. Fu poi l'amministrazione Truman, nel 1946, ad avanzare formalmente alla Danimarca una proposta di acquisto della Groenlandia. La proposta non ebbe seguito, ma la logica sottostante non solo è rimasta intatta ma, a partire dagli anni Novanta si è accentuata.

Bill Clinton riconobbe l'Artico come regione di rilevanza strategica. George W. Bush compì un ulteriore passo, mettendo in relazione lo scioglimento dei ghiacci con l'accesso alle risorse energetiche e la necessità di garantire la presenza militare statunitense. Barack Obama ribadì la centralità della regione polare per la sicurezza nazionale americana. La prima amministrazione Trump ha tradotto questa impostazione in una chiara presa di posizione, definendo l'Artico come un potenziale teatro di competizione tra grandi potenze.

Questa continuità, indifferente a ogni divergenza ideologica, non si interrompe nemmeno con l'amministrazione Biden, che riconosce nell'Artico uno spazio in cui gli Stati Uniti devono prevenire la possibilità che potenze revisioniste acquisiscano un vantaggio duraturo.

È questa continuità che impone di prendere sul serio Donald Trump, come suggerito dal vicepresidente J.D. Vance l'8 gennaio. Trump rappresenta l'espressione meno filtrata dell'interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia, in una fase in cui il paradigma dell'Artico, quale spazio di cooperazione faticosamente costruito dai Paesi artici, appare in crisi, minato dalla progressiva erosione della fiducia reciproca e da una crescente militarizzazione russa dinanzi alla quale le nazioni artiche non riescono a opporre un contrappeso militare proporzionato.

L'equilibrio della regione è poi ulteriormente alterato dalle ambizioni della Cina, sebbene la sovranità sull'Oceano Artico sia definita rigorosamente dal criterio della proiezione costiera degli Stati che si affacciano sopra il circolo polare artico. In virtù di tale ripartizione, la competenza degli Stati Uniti derivante dal possesso dell'Alaska è limitata a circa il 7% dell'intera regione: una posizione di debolezza strutturale rispetto a Russia, Canada e Danimarca che alimenta l'imperativo di ampliare la propria proiezione in quella parte del mondo.

L'Artico si configura così come l'ultima frontiera, dove l'apertura delle rotte polari è destinata a rendere irrilevanti snodi fino a oggi cruciali quali Suez e Malacca.

In questo scenario, qualsiasi soluzione che non garantisca un controllo diretto appare inaccettabile per la cultura strategica statunitense, perché Washington tende a percepire ciò che all'interno del perimetro americano non è direttamente sotto il proprio controllo come una potenziale minaccia da neutralizzare.

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