"Difendiamo le parole". Il titolo dell'incontro è tutto un programma, perché è dalle parole che passa la libertà.
Malamente epurato dal festival della letteratura di Salerno, Erri De Luca torna da protagonista, domani, nell'antico quartiere ebraico di Roma, per un dialogo con Maurizio Molinari.
L'evento aprirà i quattro giorni di "Ebraica", festival culturale della Comunità capitolina, dedicato quest'anno (nella diciannovesima edizione) al tema "Tikvàh. Essere speranza".
Un incontro (alle 19.15 al portico di Ottavia) dedicato fin dal titolo alle parole come presidio di civiltà e libertà. "Difendiamo le parole da ogni veleno e intolleranza che le aggredisce nel nostro tempo" dice infatti il giornalista, a lungo corrispondente da Gerusalemme e New York, e poi direttore della Stampa e infine di Repubblica, fino a due anni fa.
E quale interlocutore migliore? Scrittore amatissimo e molto riverito fino a un mese fa, da sempre di sinistra, De Luca è stato improvvisamente ostracizzato, trattato come un appestato - pochi solidali con lui, tra questi Roberto Cotroneo e Massimo Recalcati - proprio per aver difeso la parola "sionismo". "Parola infelice" l'ha definita. Ma infelice perché "avvelenata". "Ho voluto recuperare il senso originale del termine - ha spiegato - Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista".
Non ha difeso certo le scelte di Israele e tanto meno del suo governo, Erri De Luca. Definendosi "sionista" ha solo difeso una parola, che era stata appunto "intossicata". E poi - come la senatrice a vita Liliana Segre, anch'essa molto severa con la guerra di Benjamin Netanyahu - si è rifiutato di usare un'altra parola "avvelenata" dalla propaganda: la parola "genocidio". Era e resta di sinistra.
Ma sulla guerra scatenatasi dopo il 7 ottobre, un confronto tra posizioni diverse e legittime purtroppo non è più possibile: tutto è stato trasformato in contrapposizione simbolica, che non ha più niente a che vedere con la realtà storica e fattuale.
E questa contrapposizione tutta ideologica e dogmatica, si serve di un uso totalitario delle parole. Nelle profetiche visioni distopiche di 1984, il capolavoro di George Orwell, il ministero della Verità aspirava alla definizione di una "parola unica" per ogni questione. E "genocidio" è appunto la "parola" obbligata per demonizzare Israele. Come "stato di apartheid". Le formule ideologiche devono essere usate, e devono essere usate nel senso prescritto da tutti. "Totalitario" non a caso è l'aggettivo che ha usato Francesco De Gregori, principe dei cantautori, altro grande epurato dal pensiero unico di sinistra. La colpa? La stessa: non essersi conformato, aver avanzato dei dubbi - in questo caso sull'utilità dei comizi dal palco degli artisti "impegnati".
Ma se le parole obbligatorie del pensiero unico diventano intolleranza - questo clima che
demonizza Israele, stato ebraico, e con esso tutti gli israeliani gli ebrei che da Israele non prendano le distanze - allora la difesa delle parole, della loro ricchezza, delle loro sfumature, è un'operazione di libertà.