Letta vede Draghi al Colle. Ma l'ipotesi terrorizza il Pd

Rapporti con Conte ai minimi: l'ultimo scontro sulla manovra. Ecco perché il voto anticipato è un'incognita

Letta tentato: Draghi al Colle. Ma l'ipotesi terrorizza il Pd

Stavolta la tensione tra Pd e M5s è tale che un senatore dem sottolinea: «Altro che campo largo, ci toccherà andare in ginocchio da Carlo Calenda a chiedergli di allearsi con noi».

L'episodio che fa da detonatore è apparentemente confinato ad una questione minore: al Senato, dove sta iniziando l'esame della manovra, i Cinque Stelle hanno mandato all'aria l'accordo già raggiunto con i dem su chi farà il relatore di parte giallorossa: doveva essere Vasco Errani di Leu. Invece ora quel posto lo vogliono i grillini. E il problema è che l'ordine di aprire la guerriglia contro gli alleati è partito direttamente da Giuseppe Conte, forse per vendetta sul caso Rai, forse per far vedere a Gigino Di Maio che chi conta è Giuseppi. Oggi si terrà una riunione dei capigruppo di maggioranza per trovare una soluzione, ma il dato politico è che la rottura tra Nazareno e ex premier grillino non è mai stata così forte. «Con l'arroganza non si costruiscono le alleanze», avverte Andrea Marcucci.

E questo preoccupa assai, tanto più in vista del voto sul Quirinale. E in un certo senso allontana anche, a sinistra, quella voglia di urne anticipate (magari dopo aver portato Draghi al Colle) che Matteo Renzi attribuisce, tra gli altri, anche a Enrico Letta. Sia perché, come nota Enrico Borghi della segreteria dem «non possiamo fare l'errore di scambiare il risultato delle amministrative come un viatico per le Politiche». E poi perché ora, spiega un altro autorevole esponente del Pd, «abbiamo ancora più bisogno di tempo per costruire una coalizione, visto che puntare su Conte come alleato si sta dimostrando assai avventato». E per il Quirinale «dovremo lavorare a una soluzione molto larga», altrimenti la maionese rischia di impazzire.

Il che riporta a Draghi, perché è chiaro a tutti che se il premier decidesse di essere in campo nessuno potrebbe dirgli di no. Mentre un bis di Mattarella sembra sempre più difficile, anche se c'è chi, come Matteo Orfini, dice che il Pd dovrebbe «votare per lui fin dal primo scrutinio», invece di aspettare che sia il naufragio di ogni altra ipotesi a costringere a supplicarlo di restare. «Non possiamo auspicare un infarto del sistema per riconfermarlo contro la sua volontà». Secondo ministri vicinissimi a Draghi - vedi Giancarlo Giorgetti - il premier «non sopporta più il casino che gli combinano attorno», il circo di mezze tacche politiche in cerca di visibilità e futuro politico che ostacolano o annacquano le riforme, e rifuggono ogni scelta responsabile che comporti un costo politico. Insomma, Draghi - a sentire molti dei suoi - non vede l'ora di andarsene da Palazzo Chigi e salire al Colle. E quegli stessi franchi tiratori che potrebbero impallinarlo per paura che, senza il suo governo, si precipiti al voto, sanno che il loro gesto sarebbe un boomerang, perché il governo si dissolverebbe comunque. Ecco perché molti si sono convinti che sia in parte vero quel che dice Renzi: Letta, e con lui Salvini, Meloni, forse lo stesso Conte, stanno preparando il terreno per la sua elezione. Anche perché Letta, insinua un franceschiniano, «è nel panico perché pensa che in aula arrivi davvero la candidatura di Berlusconi, che - con la garanzia di non sciogliere le Camere - potrebbe guadagnare voti anche fuori dal centrodestra». Per questo ci si arrovella anche su altre soluzioni: da Giuliano Amato, che potrebbe avere molti voti trasversali (è stato due volte il candidato di Berlusconi) a Paolo Gentiloni, cedendo in cambio al centrodestra il posto di commissario in Ue.

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