Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha offerto il know-how dell’Ucraina per rispondere all’ondata di droni iraniani che sta investendo le potenze del Golfo, per ottenere l’arma di cui Kiev ha maggiore bisogno: i preziosi e costosi missili Patriot.
Il premier ucraino ha proposto un cambio di paradigma nella difesa aerea di quanti devono e dovranno rispondere agli sciami di droni iraniani: sostituire i costosi intercettori Patriot con droni intercettori di produzione ucraina per contrastare la crescente minaccia degli Shahed-136, un’arma silenziosa e letale che l’Ucraina ha imparato a fronteggiare sulla propria pelle dopo anni di guerra con la Russia, che ha incentrato una parte essenziale della sua strategia proprio sui droni kamikaze iraniani e sulla versione che ha imitato e implementato, il Geran-2. La proposta nasce da un doppio scenario: la carenza di missili PAC-3 negli arsenali ucraini e il massiccio impiego degli Shahed nel Golfo come arma di rappresaglia per l’operazione israelo-statunitense lanciata contro l’Iran.
L’Ucraina soffre da mesi una disperata scarsità di missili intercettori del sistema Patriot, una contromisura indispensabile per fronteggiare i missili balistici russi. Yurii Ihnat, responsabile delle comunicazioni dell’Aeronautica militare ucraina, ha ammesso che a inizio febbraio alcuni sistemi di difesa aerea sono rimasti “temporaneamente” inerti proprio per mancanza di munizioni. Parallelamente, in Medio Oriente le forze statunitensi e i loro alleati del Golfo sono stati investiti da ondate di droni Shahed che, impiegati seguendo la tattica della saturazione, hanno colpito basi e infrastrutture strategiche, provocando 6 morti tra le forze armate americane.
“Come proteggere il cielo? Questa è la domanda”, ha dichiarato Zelensky durante un briefing con la stampa. “I Patriot proteggono da centinaia di Shahed? No, e noi abbiamo una carenza di PAC-3. Se ce li danno, daremo loro degli intercettori. È uno scambio alla pari”. La proposta del premier ucraino, in una settimana in cui la stampa internazionale sta togliendo spazio al conflitto ucraino, che ha appena superato i quattro anni di durata, è tanto pragmatica quanto politica.
Kiev si offre di trasferire know-how, sistemi e specialisti nella guerra contro i droni, a condizione che i partner del Golfo utilizzino la loro influenza su Mosca per favorire almeno un cessate il fuoco temporaneo, mentre contemporaneamente cercherà di ottenere altri missili Patriot, anche se, ed è un fatto, difficilmente gli americani potranno privarsene in una fase di guerra aperta che non ha una reale previsione di durata: una settimana? Tre settimane? L’Amministrazione Trump e il Pentagono non hanno saputo rispondere al quesito con certezza.
L’esercito ucraino è probabilmente la forza più esperta al mondo nel contrasto dei droni Shahed-136, e degli sciami di munizioni vaganti e missili di precisione che la Russia utilizza quasi quotidianamente da quattro anni. Il conflitto e le nuove strategie che esigono l’impiego di armi economiche per ovviare al costo insostenibile della guerra - che sta già preoccupando gli avversari politici di Donald Trump, i contribuenti americani contrari all’intervento militare contro l’Iran, e gli analisti che nutrono il timore di una guerra prolungata che potrebbe “svuotare” gli arsenali degli Stati Uniti, che devono guardarsi anche da altri avversari, seppure teorici, come la Cina nella regione del Pacifico - hanno spinto Kiev verso lo sviluppo una difesa stratificata e a basso costo, basata su guerra elettronica, intercettori appositamente sviluppati e sistemi autonomi che possono colmare la carenza di sistemi avanzati come i Thaad e i Patriot. Uno Shahed costa circa 35.000 dollari; un intercettore Patriot può arrivare a 4 milioni, un divario notevole.
Negli ultimi anni l’Ucraina ha investito massicciamente nella guerra elettronica, sviluppando sistemi come il Pokrova, che non si limitano a disturbare i segnali, ma sovrascrivono i dati satellitari deviando i droni dalla rotta, e intercettori a basso costo come lo Sting, un’arma stampata in 3D capace di raggiungere 315 km/h e progettata specificamente per inseguire gli Shahed. Il costo stimato è di circa 2.500 dollari per unità, con un tasso di successo dichiarato intorno al 70%. Altri sistemi, come lo Sky Sentinel – una torretta autonoma dotata di mitragliatrice Browning M2 calibro .50 e guidata da algoritmi di intelligenza artificiale – possono offrire un’ulteriore “linea di protezione” contro droni e missili da crociera, a un prezzo significativamente inferiore rispetto ai sistemi occidentali equivalenti. Lo stesso vale per i droni intercettori a basso costo Octopus.
La proposta ucraina è molto chiara e realistica: una potenza non può permettersi di abbattere droni “di plastica” con proiettili “d’oro”, e la guerra in Ucraina lo ha dimostrato chiaramente. Ha dimostrato anche come la strategia della saturazione, che integra droni a basso costo e sofisticati missili di precisione, possa mettere seriamente in crisi anche le difese antiaeree più strutturate, come l’Iron Dome israeliano. Secondo gli analisti, se l’offerta ucraina dovesse tradursi in cooperazione concreta, potrebbe emergere un nuovo modello di difesa aerea ibrida: missili di fascia alta contro minacce balistiche, droni intercettori e sistemi automatici contro sciami a basso costo.
Un riequilibrio non solo operativo ma industriale, destinato a ridefinire la sostenibilità delle guerre moderne. Trasformare un’esperienza maturata sotto il fuoco in leva diplomatica e strategica rappresenterebbe una vittoria diplomatica per Kiev.