Mentre l'industria italiana affronta un contesto internazionale complicato dalla querelle sui dazi Usa, Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e special advisor del presidente di Confindustria per la competitività europea, traccia un quadro concreto della situazione.
Presidente Gozzi, qual è l'impatto della recente sentenza della Corte Suprema Usa sulle imprese italiane?
"Bisogna capire che cosa succede perché Trump ha cambiato e ha alzato i dazi temporanei dal 10 al 15%. Per quanto riguarda l'acciaio, credo che la decisione della Corte Suprema non abbia effetto sulla misura presa dalla prima amministrazione Trump alla fine del 2018, che ha ridotto al minimo le esportazioni italiane. Oggi siamo a meno del 1% della produzione nazionale, quindi poca roba. Con il 50% attuale l'export si azzererà, arriveremo a 100mila tonnellate".
Conviene seguire la strada del contenzioso per un rimborso?
"I dazi sono stati drammatizzati anche per propaganda politica. Il brillante risultato è che le esportazioni italiane nel 2025, nonostante i dazi, sono aumentate rispetto al 2024. Significa che il vantaggio competitivo dell'industria italiana trova altri sbocchi: Mercosur, Arabia Saudita, Golfo e India. Siamo un grande paese esportatore: nel 2025 abbiamo esportato 650 miliardi sotto dazi. La manifattura italiana ha un fatturato di 1.200 miliardi e un vantaggio competitivo straordinario. Dobbiamo capire da dove viene e difenderlo con politiche industriali mirate".
È possibile normalizzare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti?
"Il vero problema è l'atteggiamento europeo nei confronti della manifattura cinese: la vera minaccia per l'industria italiana è l'invasione cinese di prodotti di buona qualità a prezzi bassi. Su questo abbiamo interessi simili agli americani e diversi dai tedeschi. I tedeschi, nel vertice Confindustria-Medef-BDI di dicembre, hanno rifiutato il Buy European. Prevale l'impostazione dell'auto tedesca che vuole componenti cinesi. Questo è un problema enorme perché se i grandi Paesi industriali Ue non hanno la stessa visione, diventa difficile proteggere l'industria. L'Italia può essere un partner significativo per la re-industrializzazione americana, se si studiano le complementarietà tra sistemi industriali".
L'Europa appare incapace di reagire.
"È un suicidio collettivo. Abbiamo distrutto il sistema industriale europeo nei settori di base: acciaio, chimica, vetro, carta. Ora cosa facciamo? Compriamo prodotti chimici e acciaio in Cina? Già è cinese tutta la filiera delle rinnovabili: batterie, pannelli solari e inverter. Realizzati con le centrali a carbone e con il nucleare. Il Green Deal è stato il più grande deal tra europei e cinesi mai visto".
Il governo ha fatto abbastanza sui dazi?
"Contro gli Stati Uniti non puoi fare miracoli: i presidenti passano, gli Usa restano. L'Europa non può fare a meno degli Usa per sicurezza militare e sviluppo economico. Non possiamo rassegnarci a vedere crescere un esercito tedesco. Mi vengono i brividi solo a pensarci".
Cosa pensa, invece, del decreto Bollette?
"Mi è piaciuto come segnale politico, soprattutto sulla parte Ets, perché pone il tema della revisione della normativa europea. Le tre misure chiave - Etf, Ttf-Psv e sconti su trasporto e stoccaggio gas - devono infatti essere scrutinate dall'Europa".
In Confindustria, però, non tutti sono soddisfatti.
"Confindustria ha lavorato per raggiungere un accordo storico tra produttori e grandi consumatori di energia.
Elettricità Futura si lamenta perché le rinnovabili godevano del margine sulla produzione termoelettrica. Nel 2030 avremo destinato 200 miliardi di incentivi alle rinnovabili, ma i prezzi non sono scesi. Cercare di moderare quella rendita non è scandaloso, altrimenti la grande industria chiude".