Circola una battuta in Transatlantico: "La sinistra ha trovato la quadra sul programma: impedire che Giorgia Meloni riesca ad eleggere un esponente di centrodestra al Colle più alto". Principio sostenuto da Matteo Renzi (nella seconda foto) ma anche da Schlein (nella prima foto), Conte, Fratoianni, Bonelli. Campo largo unito per una volta. L'ossessione è il filorosso. Perché Giorgia Meloni ha mandato in tilt il centrosinistra.
Le parole scolpite dalla presidente del Consiglio, nel corso della trasmissione 10 minuti di Nicola Porro - "non è detto che non si possa superare questo grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di sinistra" - hanno scatenato i dirigenti di prima fascia del Nazareno, a partire della segretaria Elly Schlein. La quale non ha perso un minuto per attaccare l'inquilina di Palazzo Chigi: "La priorità di Meloni è il potere per andare al Colle". Non si può toccare il Quirinale.
Eppure dall'inizio della seconda Repubblica l'elezione del Capo dello Stato è appannaggio della sola compagine di centrosinistra. Silvio Berlusconi sognava di rompere questo meccanismo ma non ci è mai riuscito. C'è una letteratura sul centrosinistra e la corsa al Colle, un romanzo Quirinale che ha visto la sinistra presentarsi a ogni passaggio per eleggere il capo dello Stato con una rosa di candidati. Alcuni impallinati dagli stessi dirigenti del Pd, si pensi al caso dei 101 di Romano Prodi. Ne è addirittura conseguito che pur avendo avuto diversi profili "quirinabili", due volte il centrosinistra è stato costretto a chiedere a Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella il bis.
Ora qualcosa sembra essere mutato. Il campo largo non ha la certezza che il prossimo Parlamento sarà a maggioranza centrosinistra. Dipenderà dai dodici mesi che precederanno il voto e va da sé dalla legge elettorale. E così l'ossessione nei confronti di Meloni è accresciuta. Mai e poi mai la presidente del consiglio avrebbe dovuto osare così tanto. Osserva Gianfranco Rotondi, oggi deputato di Fratelli d'Italia di rito democristiano: "Il Colle? È stato un tabù della seconda repubblica, è l'ultima conventio ad excludendum. Eppure chiunque si riconosca nei valori della Costituzione può essere capo dello Stato. Principio ribadito da Giorgio Napolitano quando fu eletto la prima volta presidente della Repubblica. Non è difficile dire che preferiamo Napolitano agli attuali attori del campo largo".
Insiste Alessandro Cattaneo di Forza Italia: "Si sta consumando tutta la peggiore arroganza della sinistra che vive come una violazione di un luogo sacro il fatto che anche solo si possa immaginare di prendere in considerazione una figura non di centrosinistra per il presidente della Repubblica".
L'ossessione è tale che Francesco Boccia, capogruppo al Senato dei democratici, intervistato da Repubblica, si è servito di queste parole: "Il presidente della Repubblica non è il rappresentante della maggioranza che vince le elezioni, né il trofeo di una parte politica, ma il garante della Costituzione e dell'unità nazionale". Tradotto, il garante della Carta sta solo a sinistra. In questo quadro Schlein ha incontrato in queste settimane Romano Prodi, Paolo Gentiloni e Mario Draghi. Non è dato sapere se la conversazione a un certo punto sia virata sull'elezione al Colle che dovrebbe tenersi nel 2029. Certo è che Prodi, Gentiloni e soprattutto Draghi sono presenti nella rosa di nomi che sta stilando la sinistra per la prossima corsa al Quirinale. Cui si aggiungono Rosi Bindi, Pier Luigi Bersani e forse anche Giuseppe Conte.
Tutti graditi alla gauche che siede in Parlamento e che lavora sotto traccia affinché il successore di Mattarella sia sempre e solo un profilo di centrosinistra. Perché il Colle non si può toccare. L'ossessione sta tutta lì.