Cronaca giudiziaria

L'ostetrica sbagliò durante il parto: ora dovrà rimborsare mezzo milione

Il bambino subì danni irreversibili: "Gravi omissioni colpose"

L'ostetrica sbagliò durante il parto: ora dovrà rimborsare mezzo milione

Accadde tutto nel giro di tre ore, durante le quali errori, ritardi e sottovalutazioni provocarono al neonato gravi danni permanenti. Dopo otto anni arriva la sentenza dei giudici della Corte dei Conti, che condannano l'ostetrica a risarcire l'azienda sociosanitaria con mezzo milione di euro.

Il caso di malpractice medica arriva dal Bresciano e risale al 2015: durante il parto all'ospedale di Chiari il nascituro rimase senza ossigeno a lungo. Tanto tempo, troppo. Al punto che subì una paralisi cerebrale. Tre anni più tardi l'Asst della Franciacorta risarcì con un indennizzo di un milione e mezzo di euro la famiglia, che nel frattempo ritirò la querela nei confronti dell'ostetrica e della ginecologa che quella sera si occuparono del parto. Ma dopo lunghi anni di perizie e ricostruzioni i giudici hanno riconosciuto la responsabilità sanitaria per colpa grave alla prima e hanno assolto la seconda.

Quel giorno, secondo la ricostruzione dei giudici, a partire dalle 21 il tracciato dell'attività cardiaca rivelava chiaramente una sofferenza del feto. La ginecologa di guardia praticò l'amnioinfusione riportando così i parametri alla normalità. Ma alle 22.23 tutte le perizie concordano sul fatto che il battito era di nuovo preoccupante. «In base alla normativa era dunque preciso dovere dell'ostetrica - si legge nella sentenza - rilevare la mutata situazione e segnalarla prontamente al medico di guardia», come previsto dal protocollo e dalla normativa sanitaria. Non fece così l'ostetrica, che anzi nella cartella clinica scrisse per ben tre volte in un'ora «cardiotocografia rassicurante». La professionista non si accorse o sottovalutò il peggioramento della situazione, dunque; fattori che «costituiscono indubbiamente omissioni gravemente colpose dalle quali è derivato il danno permanente al nascituro».

Il danno, insomma, si sarebbe potuto evitare se ci fosse stato un parto cesareo entro le 23.45. Ma solo a quell'ora l'ostetrica richiese l'intervento della ginecologa, peraltro senza urgenza. La condanna prevede che l'ostetrica dell'ospedale di Chiari restituisca il 30% di quanto la stessa azienda sanitaria ha pagato come risarcimento alla famiglia del bambino, che oggi ha gravi patologie.

Un caso di malasanità molto simile a quello che ha fatto discutere nel Foggiano. Gli elementi di analogia sono diversi: in quel caso l'inadeguato monitoraggio del feto durante la gravidanza e l'erronea scelta del timing del parto avvenuto nel marzo 2014 determinarono nel nascituro danni cerebrali irreversibili condannandolo ad un'esistenza vegetativa. Il 13 febbraio scorso, dopo sette anni, il tribunale di Foggia ha condannato gli Ospedali Riuniti a versare ai genitori un risarcimento di circa 3 milioni di euro. L'entità dell'indennizzo è giustificata dalla gravità estrema delle lesioni, dalla loro permanenza, dalla circostanza che sono insorte sin dalla nascita e dal fatto che esse interessano le capacità cognitive. Oltre al danno biologico, è stato infatti riconosciuto un danno patrimoniale consistente nella perdita totale della capacità lavorativa futura. Soldi che in entrambi i casi di Brescia e di Foggia non potranno mai restituire alle famiglie e alle vittime la serenità di una vita normale.

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